• giu
    15
    2018

Album

Rocket Recordings

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A quanto pare, il mitico produttore inglese Peter Kember – in arte Sonic Boom (Spacemen 3, Spectrum) e già al lavoro con Panda Bear, MGMT ecc. – che di recente ha curato il master di un singoletto della band-progetto di Nicola Giunta, ha esclamato le seguenti parole all’ascolto di Thuban: «So pysch in all sense». E questo è il primo punto a suo favore. Il secondo è invece nascosto nel titolo dell’LP, perché la Thuban qui evocata altro non è che il nome arabo per Alpha Draconis, che poi sarebbe una stella della Costellazione del Dragone, distante 309 anni luce dal sistema solare e di magnitudine +3,67.

Dunque, i Lay Llamas non hanno perso il viziaccio co(s)mico già presente nel precedente disco, l’acclamato Østrø, che attraverso il suo brano di apertura (titolo: Ancient People Of The Stars), spalancava le porte a quel deliquio cosmico-esoterico che è una delle cifre stilistiche del combo. Ma ce ne sono anche altre e non meno interessanti: tipo l’etnomusicologia che unisce la sponda europea del Mediterraneo a quelle nord-africane o africane tout court; tipo le visioni mistico-trancedeliche forse riconducibili ai paesaggi archeologici siciliani tanto cari a Nicola (ad esempio, quello del Parco di Selinunte o la vicina area di Segesta, così ricche di spunti musical-onirici ai quali il Nostro non ha saputo resistere); o infine tipo la cifra magico-sciamanica che illumina il summenzionato singoletto dei Llamas, dove sul lato A c’è un pezzo intitolato Malophòros, composto da Nicola assieme al cantore-sciamano Alfio Antico (già al fianco di Fabrizio De Andrè, Tullio de Piscopo e Vinicio Capossela).

Detto ciò, veniamo a Thuban: perché la psichedelia dei LL, modernissima e antichissima al contempo, trova qui la sua (fino ad ora) più perfetta sublimazione. Silver Sun ne è un esempio pressoché emblematico, con la sua coralità incalzante e ascendente, che miscela alla perfezione il motorik dei Can, le litanie con sfuriate di sassofono dei primi Hawkwind e una capacità abbastanza rara di farcire di micro-eventi sonori la partitura. Spettacolo. Il contraltare a questo modus operandi è forse rappresentato da Fight Fire With Fire: una nenia meccanico-ipnotica che si avvale del cameo di Mark Stewart del Pop Group (un guastatore di prima classe!). Mentre Altair (con la collaborazione degli svedesi Goat, che hanno fatto della commistione afrobeat/psichedelia la propria ragion d’essere) è un pezzo il cui incpit riporta addirittura alla mente le Raincoats annata 1981, e che riesce a parlare la lingua di una psichedelia tanto eterodossa nelle fonti quanto fruibile.

Un po’ in tutto il disco aleggia invece lo spirito di certa psichedelia losangelina anni Ottanta, tipo i Savage Republic, che sono più presenti in spirito che non altro, soprattutto per quel loro modo di concepire creativamente il crossover (oddio, ho appena riesumato una parola che non si usava più da 25 anni in ambito musicale…), fra sonorità etniche e lisergie sciamaniche (ossia reiterate, ossessive, incalzanti, trancedeliche). Thuban è uno dei dischi psych-out definitivi del 2018, e il suo modo di guardare al futuro attraverso la tradizione, e di viaggiare attraverso lo spazio con gli occhi della mente, rappresenta uno dei frutti più succosi e maturi della moderna psychedelic music.

14 Giugno 2018
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