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6.5

Stonerismi, folk deviato, pop-rock, rock obliquo, surf. Le capre a sonagli fanno centro per la seconda volta, e dopo Sadicapra uscito due anni fa, è la volta di Fauno, disco che fotografa paesaggi fantasmagorici ed echeggia belati rattrappiti. Il ballatone che sposa il pre-war atlantico (Bobby Solo), le risonanze kraute che girano tutt’intorno al western d’antan (Joe), si curvano su un linguaggio che sempre più si smagnetizza, si riempie di segni, invenzioni gutturali, suoni magmatici e pietrosi (Goo Porpacuttana, Celtic, Ciabalè), e lasciano vuoti spirituali, di una decadenza quasi elegante. Vince inequivocabilmente un impegno fatto di sudore e mezze ombre, parte di tante formazioni italiane e non, come di tanti autori in giro, ma non tutti così avveduti nel farlo fruttare al meglio.

Il tiro generalmente sporco offre colore alla bassa fedeltà di Tre e 37 e aggiusta la mira al blues di Demonietto all’organetto, di Serpente nello stivale (fra le cose più riuscite fino ad ora della band bergamasca). Formazione con buone potenzialità di crescita.

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