Recensioni

7.4

La storia dell’arte, della letteratura, del cinema, ci hanno abituato a trittici e trilogie. Laddove l’argomento prescelto non può essere incasellato in un’opera singola e monoprospettica, ecco che la tripartizione viene in aiuto per garantire un respiro più ampio e coprire un arco narrativo maggiore.

Anche il britannico Lee Gamble, senza dubbio uno degli artisti che più hanno contribuito a tracciare le coordinate sonore e teoriche dell’elettronica anni ’10, ha ceduto al fascino della trilogia. Proseguendo il sodalizio con la sempreverde Hyperdub di Steve ‘Kode9’ Goodman, iniziato nel 2017 con Mnestic Pressure, Gamble è attualmente alle prese con Flush Real Pharynx, serie tematica incentrata sul “semioblitz” del capitalismo contemporaneo, che assume sempre più le forme di un semio-capitalismo pervasivo. La press release menziona “the aggressive onslaught of visual and sonic stimuli of contemporary cities and virtual spaces”, che questo Exhaust affronta di petto e con più visceralità rispetto alle astrazioni forse troppo tiepide di In a paraventral scale, primo capitolo della trilogia.

Dopo gli esordi su PAN nel nome della sublimazione fumosa dell’esperienza rave, un album di ritrovato vigore techno-muscolare, il lancio della propria label e la recente pressione mnestica, Lee Gamble veste ormai perfettamente i panni dello scienziato austero e glaciale intento a scombinare e ricombinare il DNA della sua personale trinità techno-jungle-ambient. In una scena che pecca di abuso della parola “deconstructed”, l’operazione del producer sembra piuttosto andare in direzione opposta e complementare, orientata verso un rave reconstructionism in versione iperrealista. Sintomatico a tal proposito l’artwork di copertina, un assemblage tridimensionale HD in cui si intersecano frammenti di materia inorganica e texture diverse colte in un istante di apparente stasi, che tuttavia lascia presagire l’impatto imminente (o immediatamente precedente).

Il puzzle di frammenti è rispecchiato nel densissimo contenuto musicale. Le 8 tracce che compongono Exhaust ci bombardano di stimoli, di micro e macro variazioni, strutture hi-tech e rimasugli ‘90s triturati e dati in pasto a un sound design e a una spazializzazione del suono glabra e lucente come i palazzi delle corporation che alimentano le dinamiche sociali e tecnologiche a loro volta fonte di ispirazione per Gamble. Siamo di fronte ad un organismo vivo e mutante, che si mostra coerente nella sua multiformità interna. Un brano come Envenom è un centrifugato di tre decenni di musica dance, fra tropi hi-tech e nu-eski in apertura (gli ormai canonici vetri rotti su sfondo noisey) e un corpo ritmico imbizzarrito che alterna breakbeat IDM e cassa dritta. Copione simile per Naja che, dopo un intro a metà strada fra IA e pubblicità promozionale, stende tappeti future-trap (siamo dalle parti di Sami Baha) che accelerano e rallentano per poi trasformarsi in un electro sempre più corposa. L’inquietudine aleggia su Glue e Tyre: eterea e spaziosa la prima, costellata di frammenti percussivi sincopati che emergono e ricadono nel vuoto a mo’ di relitti digitali; la seconda invece richiama i toni midi del mai dimenticato Far Side Virtual, ma li spoglia dell’ottimismo utopico (ed ingenuo, col senno di poi) del Ferraro di quasi un decennio (!) fa. Il (sino)grime fa capolino in Switch, che da un lato riprende i tipici suoni da videogame ma dall’altro segnala lo scarto fra 2005 e 2019 contaminando nu eski e kuduro con immancabili distorsioni e stop’n’go. Inevitabile poi lo spettro jungle: se Shards gioca di reminiscenze rave e junglistiche rimasticate e rigenerate in laboratorio, con tanto di ragga mc ad evocare dancehall fumose, la conclusiva Saccades è un bombardamento di amen breaks spinti come proiettili oltre i limiti del junglismo fino a disintegrarsi su se stessi, con echi e voci filtrate da vocoder (analogo del filtro, dello schermo, della mediazione stratificata). Sembra quasi una metafora per quella sensazione di logorio mentale della “società della stanchezza” (cui non a caso rimanda l’exhaust del titolo).

A voler essere pignoli e trovare un punto debole, si potrebbe additare l’eccessivo didascalismo con cui è trattato il tema del consumismo e della pubblicità: la voce che nell’iniziale Cream declama «look around, we sell perfumes and cosmetics for 1£. […] these are the prices only today» rischia di rendere fin troppo esplicito e appiattire il substrato tematico e teorico su cui poggia questo lavoro. È vero che Amazon e fast fashion sono parte integrante della nostra quotidianità, e che Gamble è alle prese con una trilogia dedicata al bombardamento di stimoli, merci e all’economia dei segni, tenendo da parte tematiche quali intelligenze artificiali, sorveglianza perpetua, sovrapporsi di online e offline, post- e trans-umanesimo, riscrittura delle identità e delle geografie coloniali (tematiche cui in vario modo si sono avvicinati molti esponenti di spicco di questa frangia elettronica raggruppata maldestramente sotto il termine-ombrello conceptronica). Ma la sensazione, a volte – in presenza degli inserti vocali – è che il semioblitz sia quello che non va oltre gli albori della cultura digitale e che Gamble dia quasi più peso alla quantità di merce in vendita piuttosto che alla pervasività di piattaforme e alla capillarità dei sistemi che permettono e accelerano tali operazioni, trasformando ogni singola azione umana in dati algoritmicamente quantificabili, vendibili, pronti ad instillare nuovi bisogni.

Al di là di questa sottigliezza, Exhaust ci mostra un Lee Gamble in stato di grazia, che perfora ed estroflette formule sonore consolidate andando a toccare la pancia, e non solo l’intelletto, dei suoi ascoltatori. C’è così tanto materiale, in praesentia e soprattutto in absentia, da renderci quasi esausti ad ascolto compiuto. Probabilmente proprio il risultato auspicato dal buon Gamble. Infine, standing ovation doverosa per Hyperdub che non perde un colpo e, pur avendo sempre più giovani competitori, rimane una delle etichette che più spingono verso l’esplorazione di altre AudioMondoVisioni.

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