• Mar
    01
    2008

Classic

Rhino

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Mi ero perso un paio di cose a proposito di questi magnifici e istantanei trentacinque minuti: li avevano definiti campioni del Bubblegum Grunge e quest’etichetta  – non lo nascondo – avrei voluto inventarla io. Rende esattamente l’idea della scorza del prodotto Dando/Hatfield: la capacità di comunicare a una generazione attraverso la caramella pop calata nell’urgenza dei tempi dei bragoni e degli anfibi, i maglioni XL a righe e i bulbi fluenti. In secondo luogo, queste canzoni erano anche camp e It’s A Shame About Ray fu eletto a  miglior album omo dei Novanta. Quest’ultima è chiaramente una deformazione, evidente quanto la fame di appropriazione culturale dell’intellighenzia gay, battaglie di comunicazione che non dovrebbero ad ogni modo deformare (o caricare di parodia) quel che al tempo era un momento distensivo dalla giornata grunge-BreedersPolvo, soprattutto, un esempio di femminilità ben più comprensiva e universale.

It’s A Shame About Ray è stato l’album cenerentola di un momento caldo dove si tornava a respirare dopo anni di maledetti Ottanta, mentre un auspicato revival su larga scala del cosiddetto rock si era materializzato come per magia. Eppure con Nirvana, Pearl Jam e Stone Temple Pilots tornavano antichi vizi di ribellismo giovanile. Tornava il senso del branco per soli ragazzi e alcune ambigue pose glam (vedi Cobain e co.). Dunque, anche qui, i Lemonheads come antidoto o meglio come forma rock democratica. One man band con un’illustre Juliana Hatfield, anch’essa cantautrice turbolenta, e un terzetto sui generis riuscito a convertire l’harcdore in una personale scrittura country pop. Perché dietro alle pieghe melodiche c’è un cuore americano che batte ma senza testosterone e, ancor più in profondità, tutta la solitudine e l’angoscia mascolina tenuta sottopelle. Da li lo scarto rispetto al camp menzionato prima: lo smarrimento della title track, la romanticità intossicante di My Drug Buddy, momenti di straniante bellezza di un album che non rinuncia neppure all’energia virata cartoon di Alison’s Starting To Happen oppure al uptempo rock (da saloon) di Rockin Stroll.

Ancora, l’album rientra nello sbandierato periodo dello scazzo ma il suo sottrarsi è pari soltanto alla più romantica delle forme, un qualcosa di più grande della moda del periodo. Aspetto questo che fa del peccato di Ray un classico e la ristampa un affare, come al solito, per completisti e cultori. In quest’ultima veste infatti, oltre ai prescindibili demo del primo CD, il secondo disco (un DVD) contiene tutta la sezione videoclip. Ci troviamo un Dando che sembra Sandy Marton e riprese stile Melrose Place (Confetti), il bel bianco e nero di My Drug Buddy, la ragazzina minorenne e il video stile Nirvana di It’s A Shame About Ray, nonché le riprese in barca ad Amsterdam della famosissima Mrs Robinson. Molto memorabilia nientepiù. A completare l’offerta: un best (tre canzoni) dal vivo e altrettante catturate da una tournée in Australia (Two Weeks In Australia) più qualche commento di Dando ex-post. (8.0/10) al disco, (7.0/10) al resto.

1 Marzo 2008
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