Recensioni
Antonio Raia
Lena Hessels
Asylum
Billow
-
Nicolò Arpinati
- 30 Dicembre 2018


Due esordi di due artisti diversissimi, provenienti da mondi distanti, eppure due dischi che nascono in maniera simile: entrambi spinti da forte urgenza comunicativa (in un caso per l’età dell’autrice, nell’altro invece per una precisa scelta politica) ed entrambi registrati pressoché in totale autonomia e strettamente legati al luogo in cui sono stati registrati.
Classe 2000, Lena Hessels è la figlia di Terrie Hessels (chitarrista degli storici e mai domi olandesi Ex e titolare dell’etichetta che distribuisce questo debutto) e sin dalla più tenera età ha avuto la fortuna di frequentare il mondo della musica al seguito del padre: così, terminato l’anno scolastico, si è chiusa in camera per l’estate e in quasi completa solitudine ha scritto, suonato e cantato queste otto tracce. Brani che sono schegge, al limite dell’incompiuto, e che non nascondono mai la loro natura adolescenziale: quello di Lena Hessels è un cantautorato esile e struggente, dove ombre del dark-rock più tormentato (Seven, Standby) incontrano rimasugli d’elettronica autarchica (Welter), memorie di polverosi cabaret mitteleuropei (First) o improvvise epifanie pop (Sunflowerbby, Go). Niente di nuovo e neppure di strabiliante, ma intanto un nuovo talento sta fiorendo e già questa prima prova ne è discreta testimonianza. (6,2/10)
Più esperto ed altrettanto avvezzo a frequentazioni illustri (può infatti vantare collaborazioni con nomi importanti quali Elio Martusciello, Alvin Curran e Adam Randolph) Antonio Raia è una stella nascente del jazz italiano e specialmente napoletano: fortemente ispirato alla tradizione musicale partenopea e contemporaneamente alle più estreme scuole d’improvvisazione jazz, per questo suo esordio sulla lunga distanza Raia ha scelto il refettorio vuoto dell’ex Asilo Filangieri di Napoli come studio di registrazione. Orfanotrofio in origine e centro sociale occupato dal 2012 (dove si sono sviluppati numerosi programmi di attività culturali, artistiche e civici), lo storico edificio ha così influito non solo con la geometria dei suo spazi (registrata tramite dieci microfoni posizionati strategicamente da Renato Fiorito, che in sede di live accompagna invece Antonio con elettronica e field-recordings) ma anche con la sua valenza politica di accoglienza, confronto e sviluppo: da qui il titolo dell’album ed alcuni brani (la bellissima Refugees, la delicata The Children In The Yard) e soprattutto una fondamentale e vivace attitudine per la contaminazione che trova nella rilettura portentosa e travolgente di Dicintencella Vuje il perfetto mix tra passato e sperimentazione.
Asylum è un piccolo gioiellino che suggerisce nuove ed inesplorate vie per il jazz italiano ed internazionale (lo dimostra la breve e acidissima The Trail, vertice avanguardista dell’intera opera), ma che sa coinvolgere l’ascoltatore anche con momenti meno estremi (lo standard Misty presentato in una versione abbastanza regolare ed assai virtuosa, la soave elegia della conclusiva Lullaby sono i momenti più convenzionali, ma non per questo prevedibili). (7,3/10)
Amazon
