• Mar
    22
    2018

Album

Ex Records

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Credo sia ovvio nel 2018 sapere cosa sia un classico; forse meno lo è comprendere come o quando una qualsiasi opera di creazione lo diventi, quale sia il momento in cui vi si trasforma o quale sia l’alchimia particolare che la rende tale, ovvero capace di superare il proprio tempo e di essere riconoscibile in quanto tale. Nel caso degli olandesi The Ex si può rispondere tranquillamente con un quarantennio di indefessa attività sia sul fronte meramente musicale che su quello etico, sociale e politico, ma a ben vedere anche questo serve a poco.

Quando attacca Soon All Cities (Will Have The Same Accidents), la canzone che apre questo 27 Passports, quando attacca quella chitarra, quando attacca quella voce che racconta quelle cose con quella passione, con quella veemenza, con quel trasporto, beh, i discorsi di cui sopra vanno tranquillamente a quel paese, perché non c’è una spiegazione, non c’è una formula magica, non c’è nulla di razionalmente indicabile: gli Ex sono un classico e questo 27 Passports non è che l’ennesima perla di un rosario di dischi, canzoni e vita anarco-punk, di impegno sociale, di apertura, di coinvolgimento, di etica inscalfibile e di un fottio di altre cose che chiunque si sia avvicinato anche solo di striscio al quartetto olandese sa già benissimo. Pertanto c’è poco da dire su questo disco che non sia stato già detto per ognuno dei più di 25 dischi disseminati nell’ultimo quasi quarantennio da Terrie Ex e famiglia. E se sono passati addirittura otto anni dal precedente “in solitaria” Catch My Shoe, disco che introduceva il cantato di Arnold De Boer, e nonostante i quattro abbiano deciso di entrare in studio, come al solito, con poco più di qualche idea (perché «there is always the risk that it doesn’t work out but that risk is part of our music and of our lives»), in quei sei minuti e mezzo iniziali c’è già tutto quello che abbiamo sommariamente elencato sopra («I can foresee it’s time to leave town / I can really foresee that this town will go down / I forsee we’re all going to drown / Soon al cities will have the same restaurants / […] roundabouts / […] governments / […] accidents / […] monuments / […] oxidants»), con l’aggiunta di un ritorno all’energia primordiale della formazione, ovvero meno influenze “afro” e più botta in faccia di chitarre in intarsio e groove micidiali.

Una linea che indirizza tutto l’album, che sia il noise asincrono di New Blank Document, le vertigini in crescendo di Footfall, il groove-rock sculettante di Four Millions Tulip Bulbs o quello ipnotico di This Car Is My Guest poco importa: 27 Passports ribadisce la via personale al (post)punk di uno tra i gruppi più importanti di sempre. Forward in all directions!

28 Febbraio 2018
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