Film

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Ah, ma quindi anche in Italia la musica indie di stampo prettamente angloamericano ha avuto la sua bella influenza su una certa generazione di trentenni odierni? Ebbene, si, e chi mastica un minimo di cultura musicale e frequenta assiduamente i minuscoli club sparsi in giro per la nostra bellissima penisola sa quanti piccoli gruppi e disparate band esistano e continuino ad esibirsi al ritmo dell’influenza derivata da certo post-rock, dalla new wave britannica, dalla techno e proto-house francese, dal post-rock più classico e dalla ballata à la Sufjan Stevens. In Italia, un film come Saremo giovani e bellissimi serve principalmente a veicolare tutte queste influenze su celluloide, come capita ormai sempre più raramente, anzi quasi mai dalle nostre parti; se, infatti, non si scomoda il cantautorato italiano più noto (Fabrizio De André – Principe libero) o la canzone popolare (Song’e Napule), è difficile intercettare un film che dia la giusta dimensione a tutto ciò che orbita attorno ai generi di cui sopra (il discreto Nico, 1988, che pure si soffermava sulla deriva anti-commerciale della compianta cantautrice tedesca, è più un biopic umano che musicale, nonostante non manchino esibizioni memorabili). Insomma, in Italia manca il John Carney di turno (regista dei bellissimi Once, Tutto può cambiare e Sing Street).

Di Carney, Letizia Lamartire – al suo esordio in un lungometraggio presentato alla 33ª Settimana internazionale della critica a Venezia – conserva lo spirito e la leggerezza di chi conosce a menadito i meccanismi della composizione, il brivido delle esibizioni dal vivo, i ritmi incessanti e frustranti delle registrazioni in studio e il peso della responsabilità che una vita d’artista richiede in cambio della gloria. Questa leggerezza, inoltre, è controbilanciata da una scrittura e dalla conseguente messa in scena che fin da subito presentano i due protagonisti della vicenda senza alcun tipo di timore reverenziale o pudore verso il pubblico (è chiara dalla prima sequenza l’inclinazione morbosa e incestuosa del rapporto che lega madre e figlio), il quale si lascerà facilmente trasportare all’interno delle dinamiche emotive e narrative che danno il via alla storia. Le musiche di Matteo Buzzanca, cantate a turno da Barbara Bobulova e dal sorprendente Alessandro Piavani (e nelle quali si inserisce anche il contributo fondamentale di Emma Morton con They Change Your Heart e New Lords), pensano al resto, non appesantiscono mai il ritmo, che appare invece proprio costruito in funzione delle stesse, rendendo possibile il raggiungimento di un equilibrio invidiabile.

Scritto dalla stessa Lamartire insieme a Marco Borromei e Anna Zagaglia, Saremo giovani e bellissimi ha più il gusto dell’opera seconda che di un esordio, tanto è incredibilmente matura l’intenzione così come lo svolgimento; prima ancora di preoccuparsi di trasmettere un messaggio, una morale spiazzante e per questo originale (che non sveleremo di certo in questa sede), è in grado di costruire un universo credibile e alcune delle più belle immagini che si siano viste quest’anno al cinema. Lo sguardo della giovane ed esordiente regista non è mai indeciso e sempre attento a non strafare: lo si potrà notare soprattutto nel susseguirsi dei primi piani, nello scambio di battute (sempre credibile e mai stereotipato) tra madre e figlio, in un campo e controcampo che da solo è in grado di scavalcare l’intera narrazione perché basta a se stesso.

Tutto parte da un piccolo club di provincia chiamato Big Star (non a caso), dove speranze e sogni si creano e insieme si infrangono in un mare di ricordi e rimpianti. La luce, luminosissima, dell’ottimismo per le generazioni future è però una costante inattaccabile nella visione di Letizia Lamartire. Il tempo è un avversario imbattibile (Tic Tac), ma non per questo non ci si può divertire, innamorare, perdere e ritrovare durante il tragitto. Per tutti coloro che sognano e falliscono, «ci troveremo vent’anni fa, ad una festa dark…».

29 Settembre 2018
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