Recensioni

6.5

I Liars ci avvisano che nel loro ultimo disco si sono lasciati andare alla passione per la dance, che ci hanno tenuto nascosta per anni. Ovviamente, non è vero, anzi, non solo.

Mess viaggia all’incrocio tra elettropop e deragliate gotiche EBM (Vox Tuned D.E.D.), e piuttosto l’identità del disco emerge per differenza dal precedente, WIXIW, almeno nelle parole dei tre bugiardi. Angus Andrew, autore della produzione (con l’aiuto al mixing di Timothy “Q” Wiles, producer dance californiano già attivo come Überzone), dichiara di essersi dedicato a un’elettronica senza sovrastrutture intellettuali, coerentemente con l’incoerenza della band. “Siamo una band schizofrenica. Andiamo da un estremo all’altro. Lavorando sul disco precedente, eravamo paranoici e dubbiosi del risultato. In questo caso è l’opposto: ci siamo voluti divertire, lavorare d’istinto”.

La cosa non promette bene, per almeno due motivi. Da un lato perché i Liars hanno sempre avuto l’enorme pregio di essere intellettuali sanguigni, raffinati ma diretti. Hanno sempre colpito e lasciato uno strascico nello Zeitgeist. Dall’altro, dire questo è un po’ come “dirselo”. Leggi anche: esplicitare una strategia di auto-difesa. È come se i Liars temessero la propria semplificazione, e la dovessero dichiarare per estromettere lo spauracchio da sé. A volte il rasoio di Ockham elettronico diventa derivativo (l’inno agli Eighties di Mess On A Mission), altre volte i brani sono semplicemente deboli (Pro Anti Anti), e cercano di mantenere un tenore di qualità con il timbro vocale di Angus, messianico e gotico quando serve (tranne in Boyzone, dove la voce rende lagnosa una corsa EBM sincopata).

“Lasciarsi andare” vuol dire forse rinunciare al proprio benchmark ed essere la band matura e consolidata che conosciamo, negli album e soprattutto (ultimamente) sul palco, dove la tenuta del trio è dirompente e produce set che non passano via senza un segno nell’ascoltatore. Non si tratta, in questo caso, della scelta elettronica (da producer) in opposizione all’opzione strumentale. Ascoltando Can’t Hear Well (linea pulsante ma semplicissima di tastiera e voce di Andrew) si ritrova il talento della band, e non importa che esso venga espresso con una variabilità di strumenti.

Al contrario, viene anche da dire che se recensire i Liars ha sempre significato ricorrere alla storia della produzione intera del gruppo, in Mess c’è uno statement che vale da sé, in qualche modo astratto dal contesto delle uscite precedenti. Solo in questo quadro, possono spiccare i due episodi più interessanti del disco: l’avventura house di Perpetual Village e la finale Left Speaker Blown, che fa sparire il beat e al suo posto mette un giro basso da ipnosi. Due casi che rientrano nel discorso più ampio della storia di quei Liars che possono continuare a segnare i tempi che percorrono.

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