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Dopo più di cinquant’anni di onorata carriera era decisamente ora che qualcuno decidesse di girare un documentario su una delle figure più importanti della musica del Novecento, da annoverare tra gli dei dell’Olimpo del rock e del blues: Eric Clapton. Per inquadrare meglio l’obiettivo di Eric Clapton: Life in 12 Bars converrebbe partire dal climax. Nell’estate del 1970 un emozionato Eric Clapton invita nella sua casa Pattie Boyd – moglie del suo miglior amico George Harrison e di cui è tremendamente innamorato – per farle ascoltare in anteprima il primo (e unico) lavoro in studio dei Derek & The Dominos. Layla and Other Assorted Love Songs è un canto d’amore disperato di Clapton verso quella donna proibita, impossibile da ottenere. È anche il suo regalo per lei, nella speranza che si abbandoni finalmente con lui tra le braccia della passione. La reazione è, invece, opposta: Pattie fugge via («Everyone will know it’s about me») e un attonito Clapton se ne sta nel suo salotto a fissare il vuoto, probabilmente in preda alla disperazione. «It didn’t work. It was all for nothing», ripenserà in seguito. Stacco.

Tra i principali divulgatori della black music tra il pubblico bianco nell’Inghilterra degli anni Sessanta, quella che emerge dal lavoro certosino svolto da Lili Fini Zanuck è una figura tormentata, piena zeppa di talento, ma costantemente alla ricerca di approvazione, di un senso di accettazione che gli è stato precluso fin dall’infanzia. È una storia che parla di abbandono e rifiuto, quella di Eric Clapton, di porte sbattute in faccia, di affetti negati, sia famigliari che passionali, di droghe pesanti, di fiumi di alcool tracannati senza ritegno. Unica valvola di sfogo? Il potere salvifico della musica, che tutto attenuava e allontanava dalla mente del buon Clapton, perfino meglio di quella nuvola d’ovatta rosa su cui si accomodò per buona parte dei Seventies.

Scopriamo così che Eric Patrick Clapton scoprì all’età di 9 anni di essere stato cresciuto dalla nonna materna (che fino ad allora aveva chiamato madre), mentre la vera madre era fuggita via. Questo primo dolore – tutta la sua vita fino a quel momento era stata una menzogna – lo spinse tra le note musicali grazie all’acquisto di una prima chitarra acustica. Il confronto con la genitrice avverrà nel corso dell’adolescenza e qui il rifiuto avrà un sapore beffardo: la madre, che nel frattempo si era costruita un’altra famiglia – gli nega il proprio affetto, portando il giovane Eric ad acuire il suo status di introverso e di “diverso” tra i suoi coetanei a scuola. L’esordio vero e proprio avviene nel 1963, quando si unisce ai The Yardbirds, ma il clima idilliaco che si era instaurato tra i componenti va a farsi benedire quando la band decide di tentare la strada del pop. Clapton fa appena in tempo a registrare For Your Love, quando abbandona il gruppo per unirsi a John Mayall e i suoi Bluesbreakers, fieri delle loro origini di bluesmen e contrari a qualsiasi influenza pop in stile Beatles. Non che Clapton odiasse i quattro ragazzi di Liverpool, anzi aveva già previsto il loro ritiro dalle scene live molto prima dei componenti e vedeva in George Harrison (di cui in seguito sarebbe diventato grande amico) un profondo innovatore (ben prima che il grande pubblico lo notasse con All Things Must Pass).

Sfumati i Bluesbrakers, è la volta dei Cream (con Jack Bruce e Ginger Baker). Clapton ricorda molto bene l’idillio che lo spinse a formare questa band: voleva realizzare la band perfetta, in cui ognuno dei componenti fosse un virtuoso del proprio strumento. Alla faccia della modestia! Il successo è planetario e quelle dei Cream – nella metà degli anni Sessanta – vengono largamente considerate le migliori esibizioni dal vivo di sempre, con l’utilizzo ciclico dell’improvvisazione quale leitmotiv di ogni serata. Quando il gruppo si scioglie, non senza qualche rancore, si passa per la parentesi Blind Faith (il cui apice rimarrà la celebre Can’t Find My Way Home), poi con Delaney & Bonnie and Friends (con i quali aprì un concerto proprio dei Blind Faith e registrò alcune parti per l’esordio solista di Harrison), prima di coinvolgere Duane Allman della Allman Brothers Band per le registrazioni di Layla, che sarebbe confluita nel suo esordio solista (o quasi), con il nome Derek & The Dominos. Il climax lo conosciamo. Come se non bastasse, tre giorni dopo il rifiuto di Pattie Boyd fu la volta di un’altra tragedia: Jimi Hendrix, amico fraterno di Clapton, morì di overdose, gettandolo nello sconforto più totale («Cried all day… not because he’d gone, but because he hadn’t taken me with him»). Da qui, la vita da eremita, pieno zeppo di eroina; poi, fu la volta dell’alcool, dipendenza che lo accompagnerà fino alla tragica morte del figlio Conor.

La seconda parte di Eric Clapton: Life in 12 Bars è nettamente inferiore per il tono dei contenuti che vira sempre più verso il patetico, fortunatamente non calcando troppo la mano sul sentimentalismo (che pure non manca). La rinascita, le vittorie ai Grammy (Tears in Heaven), la consacrazione definitiva con la benedizione del suo idolo e padre spirituale, quel B.B. King che lo omaggerà di fronte a migliaia di persone raccolte in uno stadio. Infine, la sensazione di trovarsi davanti a una delle figure cardine del Novecento, che con il suo stile inconfondibile ha riunito in maniera all’apparenza semplicissima l’antica tradizione del blues (e la libertà insita al suo interno) con la carica rivoluzionaria del rock ’n’ roll.

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