Recensioni

7.2

Il groove, le sequenze e le luci della space disco non sono solamente un pretesto per scatenarsi in pista o abbandonarsi ad evasioni baleariche. Nel suo nuovo e quinto disco, Lindstrøm usa le armi di una tradizione che va da Giorgio Moroder a Daniele Baldelli e che proprio in Scandinavia ha trovato nei primi Duemila una schiera di adepti (Todd Terje, Prins Thomas e prima di loro Bjørn Torske), per delineare un mood oscuro e malinconico unito a un avvicinamento al cantautorato. Operazione, quella di tendere alla forma canzone, che il Nostro aveva già compiuto in Real Life Is No Cool ospitando la voce soul della giovane cantante norvegio-mauriziana Christabelle ma che qui viene sviscerata in una direzione differente, più orientata a una dimensione indie e art-pop. La voce ospitata nella significativa traccia Bungl (Like A Ghost) è infatti quella della cantautrice dream folk Jenny Hval che, su un groove minimal spumeggiante e frizzante, interviene in maniera malinconica, distaccata e ipnotica, come una Donna Summer in abiti gotici («I chose the other path/To be dead/So when I held her/She would feel me/Like a ghost»). Un art-pop in salsa disco, combinazione oscillante tra stati d’animo opposti per un pezzo definito dalla Hval come Cemetery Disco

In Shinin, altro episodio con elementi vocali, si ritorna dalle parti del soul, con una Grace Hall davvero ispirata che ammalia sul solito quadrato space-disco del Nostro, mentre in Sorry la tristezza nei vocalizzi di Frida Sundemo abbinata a vecchie tastiere in stile spaghetti-house ci riporta a colonne sonore di telefilm anni Ottanta (Drift con un outro tetro). Il fil rouge dell’album è appunto riscontrabile in atmosfere mai davvero solari, più cupe e meno balearic, come in Spire, tra bordoni, minacciose note allungate e un arpeggio spacey che fanno vedere uno squarcio di luce (che arriva anche dalla melodia di Tensions), o nella conclusiva Under Trees, dove il groove è calato nella foschia di tristi note di pianoforte.

E’ un album, così come era accaduto nel precedente Smalhans, più diretto all’ascolto che al dancefloor, una scelta che premia le capacità tecniche e creative del norvegese: quell’impugnare le strutture e l’impianto della space-cosmic-disco per creare un prodotto che non sia il solito pacchetto da proporre nei party, ma riesca a giocare con gli stati d’animo.

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