Recensioni

La formazione r’n’b svedese Little Dragon esiste ormai da 10 lunghi anni e finora ha avuto il grande pregio di farsi sempre ascoltare con gusto e, l’altrettanto grande difetto di farsi dimenticare in fretta. Lo dicevamo ai tempi del quarto album Nabuma Rubberband, riportando dell’amore dichiarato per Janet Jackson e Prince, e lo ribadiamo ora davanti ad un quinto album dalle immutate influenze di cui si può sottolineare l’abile mix tra numeri dancey alternati a slow jam, un tiro un pochino più electro (Push) e una produzione al solito lussuosa e pregiata, eppure lontanissima dall’essere memorabile.
È veramente crudele affibbiare a un gruppo l’etichetta di “musica tappezzeria”, paragonandolo a una carta da parati di un hotel a 4 stelle dal gusto contemporaneo, ma non c’è scampo alla facilità con la quale il pop dei Little Dragon esce di scena. Season High nei suoi momenti downtempo si piazza tra una compilation Buddha Bar e un karaokistico piano bar con i sottotitoli e le musiche – metti – di outtake dei fratelli Jackson. Il meglio arriva soltanto alla fine con una Gravity più “sperimentale”, in cui Yukimi Nagano spalma falsetti soul in una sorta di fourth world hasselliano in delizioso discioglimento psichedelico. E’ una gran bella coda ma anche qui, se vogliamo malignare, sembra più un inseguimento Kelela che non il risultato delle urgenze ed esigenze artistiche attuali dei quattro. Sembra che la band sotto sotto sia un po’ consapevole e un po’ viziata dallo status acquisito, e questo disco pare il giusto compromesso da piazzare ai live prima dell’esibizione dell’headliner di turno. Da quel che leggiamo dai ben informati di COS, i Little Dragon sono un piccolo must festivaliero di questi anni, con puntate agli importanti Coachella o Lollapalooza, e capatine anche ad eventi più alternative come il Day For Night dove i quattro, recentemente, hanno riempito uno spazio strategico tra le esibizioni di Butthole Surfers e Jesus and Mary Chain.
È l’eterno limbo di un gruppo tanto popolare – anche per via, ricordiamolo, di tre collaborazioni di lusso come quelle che abbiamo ascoltato negli album di SBTRKT, Gorillaz e Big Boi – quanto anonimo da un punto di vista discografico, tant’è che ad oggi non è facile ricordarsi di un loro brano senza mettere mano a YouTube. Toh, l’ultimo singolo, Celebrate, è tra i più velenosi messi a segno finora, ma è solo per l’effetto di quel riffettino chinasploitation da ristorantino cinese in un film di Tomas Milian. Stringendo al dunque: sei politico.
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