Live Report
Dal 8 Aprile al 13 Aprile 2014

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L’eccellente (leggi: piena di eccellenze) edizione 2013 di Live Arts Week – Gianni Peng si chiudeva con una memorabile performance di Goodiepal (potete seguirne le ultime uscite su Editions Mégo). Un artista che si definisce un art art critic (forse diremmo art critic critic), di certo uno che ha dimestichezza con la dimensione “meta”. Uno così sereno nella sua autoreferenzialità che gli altri scompaiono, e per quegli stessi altri diventa un po’ matto. Quel fare autistico di “arte uguale vita senza uscita” ci faceva pensare allo splendido isolamento autoreferenziale di una comunità, di cui il pubblico “medio” di Live Arts Week si sente parte. Una comunità che dall’esterno appare auto-referenziale, dall’interno ci sembra traboccante di purezza.

Era una caricatura, vale a dire un monito. La chiusura di quest’anno è decisamente più “straight” anche se inevitabilmente imbrigliata nella stessa rete. E’ di Rashad Becker (a proposito di Mégo, uno dei partecipanti alle entusiasmanti riedizioni GRM) l’ultimo live dell’edizione 2014 del più importante festival di arti performative italiano. Una conclusione più tradizionale ma estremamente soddisfacente.

Un neo: la fatica di ascolto dentro il salone di Mambo (sede principale della rassegna, insieme al Cinema Lumière e alla Biblioteca Sala Borsa), di grande effetto ma non sempre adeguato alle azioni che vi hanno luogo durante Live Arts Week. Sempre nell’edizione 2013, Junko seppe interpretare l’altezza e la scala della sala come uno spazio da esplorare con le grida. Chi si avvalora della complessità del Mambo è quest’anno Aki Onda – co-protagonista della prima serata con le proiezioni proto-psichedeliche di Ken Jacobs, ma poi leitmotiv itinerante negli spazi del festival con la serie Cassette Spectacle. Onda percorre dentro e fuori il Mambo ma resta risucchiato dallo spazio, lasciando un gusto aleatorio troppo vistoso in bocca.

Onda ci permette però di ragionare sulla differenza tra live performance e live seriale. La gig dei Porter Ricks, di cui abbiamo già parlato qui, è decisamente sulla seconda sponda, con bassi roboanti e poco gestiti, senza nessun calcolo specifico sul luogo.

All’opposto di Aki Onda, l’esecuzione di Aktion 140411 di Daniel Löwenbrück e Doreen Kutzke è asciutta ed efficace come una fucilata sulle Alpi assolate. Daniel è anche responsabile della waiting room, cubo segreto per il pubblico del Live Arts Week – un rifugio dove permettersi di superare l’imbarazzo del tête-à-tête – ma pure un ponte tra musica e live art. Là dentro – sul confine – si posiziona iFeel2 dello svizzero Marco Berrettini, una danza ipnotico-ironica, un semiserio che si bilancia con l’atonalità patetica – picco qualitativo di Live Arts Week 2014 (per chi scrive) – raggiunto da Mette Edvardsen, monologo – di nuovo – autistico, cieco, a-categorico (“between is done”).

Una settimana vola via, ma quando ci si è dentro si è assorbiti, quasi come fosse una residenza per il pubblico, questo Live Arts Week. È uno spazio di sperimentazione ma anche di fruizione, di curiosità, sia per chi ci va che per chi lo organizza. Una settimana di libertà dalle briglie delle curatele più stringenti, dove può capitare di restare delusi da personaggi più attesi (un Ben Vida che scimmiotta Morton Subotnik) o da MSHR – che fanno la cosa più sbagliata per chi inscena l’elettroacustica, ossia ostentare un paesaggio di oggetti-strumento. La cosa più importante è che non so cosa aspettarmi dalla prossima edizione del festival. Questo è ciò che mi tiene per un anno col fiato sospeso.

9 Maggio 2014
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