Live Report

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Non capita tutti i giorni di poter spaziare tra eventi come questi a Bologna, in particolare quando si svolgono tutti nella stessa nottata. LiveArtsWeek è il nuovo contenitore artistico/musicale/performativo organizzato dallo stesso team – Xing – che qualche anno addietro presiedeva il festival Netmage, una rassegna in scala ridotta riposizionata da Palazzo Re Enzo in tre location, di cui la più importante è L’Ex Forno del Pane / Mambo di Via Don Minzoni 14. Occasione da non perdere anche solo per l’esibizione di una piccola leggenda come Porter Ricks. Poi c’è Decibel Presents, primo appuntamento di una manifestazione che intende unire sperimentazioni elettroniche, visual show e location ripensate ad hoc, che in questa prima nottata porta nel capoluogo emiliano-romagnolo ospiti quali Zomby, Kyle Hall e Pearson Sound, tre tra le realtà più interessanti dell’elettronica UK appoggiate a due delle label più stimolanti per il suo continuo divenire, Hyperdub e Hessle Audio. Infine XXLink 1994 – 2014, la due giorni di festeggiamenti attivata per celebrare il ventennale del Link, un party ispirato alle atmosfere musicali e visive della prima, indimenticabile, sede del locale in via Fioravanti a Bologna. Un pezzo di Storia della città che ancora arde di ricordi vivi e di ormai mitologiche serate che, tra l’altro, il sottoscritto ha vissuto in prima persona (leggi alla voce Swans, Orb e Aphex Twin).

Inizia così la maratona, con un set per doppio laptop (più mixer) dei ritrovati Porter Ricks, ovvero Thomas Köner e Andy Mellwig. Un live che sulla carta intende ripercorrerne la carriera dal seminale Biokinetics – di cui avevamo recensito non troppo tempo fa la ristampa – fino agli inediti di un nuovo lavoro atteso quest’anno su Raster Noton. Al contrario di ciò che ci si poteva aspettare, l’approccio del duo si capovolge. Domina l’ambiente sull’ambient, i campioni e la stratificazione sonica degli album in solo di Köner sovrastano il 4/4 e le sporadiche ritmiche di un Mellwig che preferisce lavorare di bassi. L’approccio aereo-acquatico applicato alla dub techno degli inizi trova un’incursione geologica in quello stesso mondo, un flusso compatto di frequenze modulate altezza sterno con un altro fascio di suoni piazzato poco più sopra a circondare orecchie e cervello, nulla che sia sufficientemente insidioso da far vibrare lo scheletro ma neanche qualcosa di così docile (qualche presente si sottrae al magma sonoro mettendosi le mani sulle orecchie). La musica dei Porter Ricks del resto, con i tappi nelle orecchie, non funziona. E questi Porter Ricks, che si sono lasciati alle spalle i giri di bassi e che hanno ridotto i refrain elettronici al minimo, operano più che mai sulla stasi, apportano stratificazioni piuttosto che variazioni, tengono fisso l’obiettivo sull’insieme e non sui dettagli. Il set, tranne qualche appiglio techno, è volutamente inesplicabile, fatto di superfici di pari importanza, musica che finisce senza che vi siano tracce o ricordi particolari, un senso di inizio o fine. Nascosta ma presente, la mano invisibile di un duo capace di dominare l’uomo con l’ambiente.

Partiamo alla volta del TPO, poco lontano dalla sede del Mambo, dove in ballo, innanzitutto, c’è un’intervista a David Kennedy meglio noto come Pearson Sound e Ramadanman. Il ragazzo è già salito in consolle da un pezzo e il set sta praticamente finendo. Tempo di ascoltare l’avvicendamento tra lui e Zomby, ed è già intento a far armi e bagagli e di domande non ne vuole sentire parlare. Trovo ugualmente il tempo di fermarlo anticipandogli che, in occasione del Dancity, ci sarà senz’altro modo e tempo di imbastire un’intervista, e gli racconto che ho trovato interessante il suo avvicinamento a certa narrativa grime nei suoi ultimi EP, Starburst EP e Raindrops, oltre a scusarmi per non aver assistito al suo set per “colpa” dei Porter Ricks. “Chi?” mi fa lui, “il duo techno dub che esordì sulla Chain Reaction dei Basic Channel la stessa label dove ha inciso anche Monolake, hai presente?”, gli dico io. “Mmm, no”. “Ricordi quel Biokinetics ristampato due anni fa dalla britannica Type?”. Il boss di Hessle Audio, ragazzo per nulla parente di quel pischello che si vede nelle foto press, mi guarda onestamente dal suo metro e ottantacinque, sorride e mi stringe la mano; non sa chi siano i Porter Rocks e ce ne facciamo entrambi una ragione, anche perché il live di Zomby è iniziato da una decina di minuti ed è doveroso, per entrambi, studiarci il mascherato producer nei panni di music selector.

Mi avvicino al palco con qualche dubbio sull’esito della serata. Tutto uno storico di annullamenti improvvisi, risse e bisticci vari non parlano a favore di questo ragazzo mingherlino, quasi anoressico, che viene da una serata romana durante la quale, da quanto mi racconta il nostro Daniele Rigoli, nel solo minutaggio del set (circa un’ora) si è fatto una bottiglia di champagne posizionata in bella vista accanto al laptop e una riga di lattine di birra, oltre a un numero imprecisato di splif. Come se non bastasse, durante il suo set, organizzato da RebelRebel, la pista del Warehouse si è svuotata per via del contemporaneo – e più hypato – set di John Talabot. L’umore di Zomby potrebbe non esser dei migliori, date le premesse, ma ci sbagliamo. Il londinese, vestito con la stessa divisa anni ’90 del giorno precedente –  air jordan bianche ai piedi, pantalone a tubo corto nero, giaccavento Stone Island (!) e capello alla Scottie Pippen – si ripresenta impassibile davanti alla consolle, la maschera alzata a mezzo solo per tragugiare un po’ di prosecco. Alla gente curiosa di scoprire chi sia veramente e a chi vuol saperne di più sul suo lato dj o – pardon – live con Ableton, Zomby propone una selezione con molte intersezioni tra le due nottate e una buona dose di banger per il dancefloor da esportazione UK, roba peraltro, anche non recentissima che abbiamo già ascoltato abbondantemente – ultimamente – nei set di Pinch.

 zomby-warehouse-aprile-2014

All’interno di eventi del genere, del resto, con set di un’ora e avvicendamenti rapidi, non è certo una sorpresa trovarci davanti a un po’ di formati e regole tacite. Come affermava Rob Ellis in una recente intervista, ci si adatta all’audience, si batte l’attenzione bassissima del pubblico con cambi di generi e di ritmo, si mettono più produzioni note che non il contrario e, dunque, nulla che il sensore della famosa doppia C concatenata (Shazam), attiva nelle mie mani come un tricorder, possa temere. Sotto il controllo di Shazam, Zomby si rivela un discreto intrattenitore con qualche buona zampata fuori dai radar. Le verità del digitale nulla hanno tolto a un live set onesto, con qualche bel momento e, in generale, una buona funzionalità alla pista. Nulla che scomodi la sensibilità ai vinili del popolare “riconoscitore di musica”, dato che l’output è tutto digitale ma anche la riprova di una forbice piuttosto allargata d’ascolti e buon gusto.

All’inizio lo street dandy scalda la fiammella con qualche ritmo old school house tagliato IDM, con l’ottimo mix di Actress della Elementz of Houz Music di Legowelt, poi si butta nelle buone mani di Boddika e Joy Orbison con una generosa – ok, anche comoda – dose di Nonplus Records, dalla celebre Mercy (nel Boddika VIP) (del 2012) a &Fate, da Warehouse, alla rara Big Room Tech House Dj Tool – TIP!, comunque già avvistata nel Rinse22 di Kode9, e così via per circa 20 minuti, per poi toccare, come nella data romana, un nucleo di coriacea jungle. Qui ci si esalta con Shy Fx in combutta con Uk Apache. Il pezzo è Original Nuttah, traccia che nel 1994 era finita nella pop album chart britannica siglando – parole di Discogs – il più noto Ragga-Jungle anthem di sempre (e sì, negli anni ’90, oltre al britpop, in top 10 ci finivano anche queste schegge impazzite). A seguire, una serie di oscuri rullanti rigorosamente ’94-’95 ed, infine, una coda di defilato – e laterale – hip hop: ben due produzioni di Young Thug, ovvero Jeffrey Williams, del giro 1017 Brick Squad Records (The Blanguage, Danny Glover) e un pezzo di un rapper svedese, tale Yung Lean, con note serpentine trap e un buon tiro. Scatta l’oretta di programmazione e Zomby fa segno ai ragazzi dietro le quinte che è ora di dare il cambio al detroitiano, e compagno d’etichetta Hyperdub, Kyle Hall, mentre sul monitor c’è la sua Tear In The Rain che lampeggia. Partita la traccia i due si avvicendano e l’uomo va dritto nel camerino.

Decido di raggiungerlo e di sedermi accanto a lui. Scatta un’improbabile chiacchierata di ben un’ora con uno dei personaggi meno avvicinabili del panorama elettronico UK, un incontro che si rivela inedito, divertente ed anche istruttivo. Sedata qualche preoccupazione per il suo laptop e per la maschera, che quasi gli schiaccio sedendomi sul divano (“Hey ma ti vuoi sedere proprio su tutto tu eh?”), e bevuta qualche birra, le chiacchiere con il producer, insospettabilmente lucido e beffardo, prendono il volo. Io: “Senti ma sai che Shazam ora becca anche le cose di Juno vero?”. Zomby:“Ah si davvero? Lo hai usato durante il mio set?”. Io: “Certamente, ho rintracciato un po’ di  brani, tra cui quello di Shy Fx, gran mossa quella!”. Zomby, che ha gli occhi iniettati di sangue e ogni tanto stoppa tutto e va a toccarsi i capelli davanti allo specchio, è uno che se la ride parecchio, un mattachione sì, ma è serissimo quando si tratta di musica, di più quando la gente gli parla alle spalle. E se gli tocchi il grime, ecco che lì, scattano le scintille e l’uomo s’infiamma letteralmente.

Questa scena nu eski non è un po’ figlia tua?” gli sbotto così dal nulla. “A me piace Visionist, Fatima Al Qadiri, poi, hai presente Wen, quel ragazzo spacca davvero”, gli faccio gasato. Zomby: “Sai che c’è, Visionist l’ho sentito ultimamente, non è male, ma sai …anche Fatima, sono tutti ‘internet artist’, quella non è la vera ‘shit’… …hai presente la N.A.S.T.Y Crew e gli So solid Sundays”. Io:So Solid Crew?”. Zomby: “No, no, N.A.S.T.Y Crew quelli sono la real shit, non puoi capire, se li ascolti tu ti innamori, te lo posso assicurare. Hai presente il vero grime? Sono massimo 10 persone in una stanza. Ragazzi che se non li mettono dentro prima fanno della roba che spacca tutto. C’è anche quel fratello della mia ragazza che fa musica e poi oh questi ragazzi di oggi, no veramente, spaccano. 15, 17 massimo 18 anni. Non ce n’è per nessuno. Tu hai vissuto la musica da fuori. Vedi la punta di un iceberg, alla base c’è un movimento sotterraneo, ed è quello che mi eccita oggi come allora. Molti di questi producer che mi citi fanno ora le stesse cose che facevo io tre anni fa. Quando un pezzo va su Rinse.fm è già mainstream, man”. “Credi che internet abbia un po’ cambiato le carte in tavola?”, gli faccio pacato. “Internet è la cosa più bella che sia mai potuta accadere alla musica”, mi dice lui. (Nel mentre gli mostro la pagina di Discogs della famosa Crew. Affermativo. Sono loro. Continuamo). Io: “Tu come Kyle Hall siete nel roster Hyperdub e siete presenti nell’ultima compilation Hyperdub 10.1 di Kode9, uno scozzese con l’occhio davvero lungo. Credo che il maggiore accento posto nella tracklist sul filo rosso di questa ghettotech globale – vedi anche la footwork – sia significativo e possa riassumere molte fila di quello che mi hai detto finora, non credi?”. Zomby mi guarda e risponde “Credo di sì“, mentre dalla porta entra gente in camerino. “Hey senti, tu mi ricordi un prete”, sbotta lui dal nulla “No davvero a Roma, ed era la prima volta che visitavo la città, c’erano tutti questi vestiti con la tonaca, pazzesco, tu mi ricordi di uno di loro”.

Risata generale. E lesto, lo riporto ai temi caldi. “A proposito, ma cosa è successo quella sera al Koko con Hudson Mohawke?”. Zomby scoppia a ridere beffardo, si ferma un attimo, si aggiusta la nuvoletta alla Scottie Pippen e attacca ruspante “C’è gente che mi parla dietro,’ Zomby è un cretino’, ‘fa shit’ ecc. Bene questi mi stanno rovinando l’immagine e visto che ci sono soldi in ballo non mi faccio prendere per il culo. Hudson andava in giro a dir male e così quando ho potuto l’ho inchiodato al muro e i buttafuori mi hanno fermato. Poi il mio manager ha parlato con il suo. Gli ha ripetuto il concetto. E ora è tutto a posto. No, davvero, non sopporto questi che sparlano. E lui non è il solo”. Il londinese mi fa altri due nomi (che non rivelo …sai mai) anche se pare che il ragazzo – siamo sulla trentina circa, come età – non faccia nessun mistero della cosa e non abbia peli sulla lingua quando si tratta di difendere la legacy. Quel che più conta è che la sua versione, di fatto, mi convince. Non abbiamo visto Zomby nelle produzioni di nessun grande rapper. Colpa della 4AD? Colpa sua? Non è dato sapere, ma il Nostro non è affatto quel montato spaccone che dalla provincia è passato ai piani alti. E’ un po’ mitomane magari, ma non il ragazzino che dopo il co-co-feat da Kanye West in Yeezus ora cammina a due metri da terra.

Finiamo la nostra chiacchierata parlando di New York – “Sei lì ancora per quanto?” “Ho un visto per tre anni e non mi rimane molto tempo, sto già pensando di tornare a Londra” -, ma a quel punto cambia discorso e sente il bisogno di dirmi quanto l’alias Zomby si sia gonfiato e sia cresciuto a dismisura in questi anni. “In maniera quasi incontrollabile”, mi dice. Mi confessa che vorrebbe produrre con un alias nuovo e fare cose diverse. Staremo a vedere. Nel frattempo, sono le 5 passate. Ci salutiamo e lui mi lascia dicendo: “Nasty Crew mi raccomando, ascoltali”. 

Un paio di ore dopo, mentre decido di salutare con un sms i ragazzi che stanno facendo mattina al Link, sullo stesso twitter che ha usato in passato come un fendente (vedi il corollario di post, dopo l’intervista con Pitchfork) Zomby spara un beffardo…

zomby-tweet-play-vips-so-rare-13-apr-2014

16 Aprile 2014
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