Recensioni

Ci sono tanti tipi di “classici”. Ci sono i dischi storici, punto di riferimento per qualsiasi appassionato. Ci sono i dischi di culto che hanno individuato una nuova direzione o un nuovo genere di musica e che continuano a far sentire la loro influenza. Ma esistono anche altre pietre miliari, simbolo dell’epoca in cui sono state realizzate oppure “classici” perché rappresentano qualcosa di unico. A questa categoria appartiene il più clamoroso esordio dell’indie rock americano dei primi anni ’90.
Una perfetta sintesi di diverse anime del rock indipendente post-grunge, dove il college rock incontra la bassa fedeltà e il nuovo cantautorato folk, ma anche l’opera di un personaggio che non rientrava appieno in nessuna di queste categorie. Grintosa, sagace, caustica, impudica, sexy e vulnerabile, po’ Kristin Hersh, un po’ Chrissie Hynde, un po’ PJ Harvey, un po’ Courtney Love, Liz Phair non era una riot grrrl né una folksinger classica. Dove le Bikini Kill in Double Dare Ya prendono in giro la parola girlfriend per invitare le ragazze a darsi una svegliata, Liz in Fuck and Run racconta di volere un fidanzato e di sentirsi nelle ossa la solitudine; è mossa da un senso di rivalsa nei confronti dell’universo maschile ma senza i toni velenosi delle ragazze di Olympia. Scrive, Liz, da una prospettiva postfemminista, decisamente più personale che politica, post Sassy e pre Sex and the City, trasversalmente indie e pop nello stesso tempo. Rockeuse smaliziata senza tabù quando parla esplicitamente di sesso, ma anche cantautrice confessionale e intima, con la freschezza del suo repertorio sapeva sfuggire alle classificazioni troppo facili e catturare immedtatamente l’attenzione.
Un’ambivalenza che non è riuscita a sfruttare nella sua carriera mainstream finendo per accodarsi alle dive più giovani di lei, ma che in questo debutto per la Matador garantisce equilibrio tra suono indie e melodie orecchiabili e soprattutto permette a tante persone di riconoscersi in lei. Altro aspetto clamoroso di Exile In Guyville, che nel 2013 compie vent’anni e che già nel 2008 aveva festeggiato i quindici con una nuova edizione, è il suo essere un doppio LP di 18 canzoni per un’esordiente che aveva sì inciso i nastri a nome Girlysound (di fatto dei demo del disco finito), ma non aveva ancora suonato dal vivo. Più clamoroso ancora, Exile è una risposta punto per punto a un classico – assoluto – come Exile On Main Street dei Rolling Stones: «una fonte d’ispirazione, come un amico immaginario; tutto ciò che cantava Mick Jagger è diventato una conversazione o una discussione con lui che diventava un insieme di tutti gli uomini della mia vita».
Non una ripresa filologica quindi, ma un concept (l’altra metà del titolo si ispira a Goodbye To Guyville degli amici Urge Overkill), da cui Liz Phair trae una raccolta di canzoni eclettica, che non ricopia lo stile del gruppo inglese ma riprende la stessa varietà e libertà in un contesto lo-fi, esattamente com’era stato per l’album più enigmatico di Jagger e Richards. In Exile in Guyville, tutto gira come dovrebbe intorno alla voce di Liz e alle sue scarne linee di chitarra – vedi gli accordi cadenzati e nervosi di Fuck and Run, il giro squillante di Divorce Song – a cui si aggiunge un suono smart casual cucito sulle canzoni, informale il giusto per “sbozzare” i demo di Girlysound ma anche per esaltare l’eclettismo di una scrittura semplice e già completa, che si tratti del folk rock di Help Me Mary, della delicata psichedelia di Dance of the Seven Veils, Canary e Shatter, del soul sui generis di Never Said, del rockblues di Mesmerizing, dell’elettronica fai da te di Flower. A modo suo, un classico che l’autrice non ha mai superato e che nel suo piccolo ha pochi termini di paragone.
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