Recensioni

I Local Natives si sono distinti sin da quel Gorilla Manor che ha garantito loro una certa attenzione da parte di pubblico e addetti ai lavori, grazie a una perfetta tensione tra tribal-wave e pop risolta con un patto tra glissati alternativi e direttive orecchiabili. Poi è arrivato Hummingbird, che è servito a capire la cinestesia della band statunitense tradotta in un lento ma inesorabile spostamento verso il pop da classifica, senza disdegnare quel bacino alternative da cui attingere. Sunlit Youth arriva a tre anni di distanza dalla scorsa pubblicazione e a sei dal debutto discografico, una media che fa entrare di diritto i Local Natives sotto l’etichettatura di “meticolosi e perfezionisti”.
Sunlit Youth è un album d’atmosfera; a testimoniarlo, quel Jellyfish col suo incedere trip-hop (a tratti Glass Animals nel finale) che ben si adagia sul testo subacqueo del brano. Sea Of Years racchiude beat elettronici e synth che si alternano alle chitarre classiche marchiate Local Natives, e il tutto viene innalzato da linee vocali per nulla scontate. L’apertura invece viene affidata a Villainy, che segna la distanza rispetto al passato: un po’ come hanno fatto i colleghi d’oltreoceano Boxer Rebellion, la band di Silver Lake si spinge da un sound più caldo verso atmosfere sonore più elettroniche, ricche di arpeggiatori e drum-machine. Quella che si è persa è, appunto, una certa sensibilità che rendeva brani come Wide Eyes o You & I dei colpi al cuore; Sunlit Youth rimane più in superficie, in questo senso, manca il furore del passato. Il terzo disco della band statunitense è certamente un buon disco – la scrittura non è mai stata un problema – nell’ottica di un cambiamento che molti gruppi formatisi a cavallo del 2000 stanno affrontando, dagli innesti desertici degli Arctic Monkeys ai risultati poco convincenti degli Strokes, passando per i Wild Beasts. Se per la band di Hayden Thorpe si è trattato di tirar fuori i muscoli, per i Local Natives la questione ha a che fare con il dimenticare quasi del tutto la dimensione tribale e wave a favore di scenari più distesi (Fountain Of Youth) e più elettronici (Masters).
I Local Natives si confermano capaci di scrivere belle canzoni arrangiandole con gusto e scadendo raramente nella banalità. Sunlit Youth è, però, un disco riuscito a metà: una svolta verso un uso più consistente dell’elettronica che raffredda le emozioni viscerali di Gorilla Manor e Hummingbird.
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