Arctic Monkeys (UK)

Biografia

Se c’è un caso discografico che ha segnato gli anni ’00 è sicuramente quello degli Arctic Monkeys. È innegabile che l’arcinota vicenda del loro fortunatissimo esordio, Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not (2006), abbia marchiato a fuoco sin dagli inizi la carriera di questi quattro giovani – agli esordi, giovanissimi – musicisti di Sheffield. Il dirompente successo di quel disco (il debut album venduto più velocemente nella storia della discografia inglese) è stato la dimostrazione, in piena crisi di settore e pubblico, che il rock può rinascere dal basso. Dal basso proviene infatti la band che, grazie alla tenacia del leader Alex Turner, si è fatta le ossa nei piccoli club già dal 2002; dal basso proviene il suo pubblico, che li ha acclamati su Myspace prima che in qualsiasi altro luogo fisico.

Ma se il loro non è rimasto semplicemente un caso discografico lo si deve certo a Turner, classe 1986, rivelatosi progressivamente songwriter di razza, musicista intelligente e attento a ciò che gira intorno, dalla poetica sicura e ben definita; insomma una figura artistica tipicamente inglese alla Paul Weller, Ray Davies e Damon Albarn. Laddove la musica del gruppo – completano la formazione  il chitarrista Jamie Cook , il bassista Nick O’Malley e il batterista Matt Helders – ha preso le mosse dal revival post-punk, attraverso canzoni adrenaliniche dalle tinte fortemente urbane (vedi anthem come I Bet You Look Good On The Dancefloor e When The Sun Goes Down, entrambi numeri uno in classifica), con il tempo la formula ha incluso elementi diversi e lo stile narrativo-descrittivo di Turner si è fatto sempre più acuto e tagliente. Se il secondo Favourite Worst Nightmare (2007) batteva il ferro caldo del debutto senza apportare grandi novità, già con Humbug (2009), grazie all’amicizia e alla frequentazione di Josh Homme, si fanno strada sonorità stoner (dove il progetto del 2008 Last Shadow Puppets, insieme a Miles Kane, paga il tributo al pop orchestrale degli anni ’60). Un’americanizzazione, seppur parziale, che non snatura il carattere della band e che anzi con Suck It And See (2011) porta a risultati sempre più interessanti. Ma è con AM (2013) che Turner e soci sembrano definitivamente scrollarsi di dosso l’eredità pesante dell’esordio, maturando un suono che, nelle parole dell’amico Homme (peraltro, presente in una traccia), è «musica sexy da suonare a tarda notte». Nelle parole di NME, che assegna un clamoroso 10/10, «Il quinto album degli Arctic Monkeys è assolutamente e indiscutibilmente il più incredibile album della loro carriera. Potrebbe anche essere il più grande album dell’ultimo decennio».

Per il seguito bisognerà attendere ben un lustro, e quando Tranquility Base Hotel & Casino arriva nei negozi e sulle piattaforme di streaming senza che nessun singolo lo anticipi, la sorpresa è tanta. C’è chi li soprannomina Last Shadow Monkeys alludendo alla svolta crooning che Alex Turner ha applicato al sound della band proseguendo il discorso (re)iniziato nel duo con Miles Kane nel 2016 (l’album dei Last Shadow Puppets è Everything You’ve Come To Expect) e c’è chi rimane dubbioso sul mordente delle elegantissime composizioni tra il lounge pop e il glam rock sviluppate a partire dal piano e in seguito arrangiate per mezzo di lussuosi ritocchi dal gusto 70s. Fatto sta che il sesto album della formazione è di quelli ambiziosi e che riportano alla mente dischi che hanno fatto la storia del rock come Pet Sounds dei Beach Boys o Revolver dei conterranei Beatles. L’allestimento sembra quello di un ballroom hollywoodiano perso nel tempo, con luce soffusa e il fumo di qualche sigaro clandestino che si diffonde nel locale, scrive Davide Cantire in sede di recensione. Dunque è un disco di archi e Farfisa, harpsichord e timpani, lap steel e sintetizzatori; un disco di maniera e precisione circondato da un vago concept retrofuturistico e apparecchiato attorno a una affascinante copertina con un registratore a nastro sul quale poggia il modello di una criptica costruzione basata su disegni esagonali.

Ai microfoni della britannica Radio 1, è Turner stesso a vuotare il sacco, e a raccontare di aver preferito il pianoforte alla chitarra in fase di composizione («Quella chitarra non mi avrebbe portato da nessuna parte») e di essersi fatto influenzare dai film di fantascienza, dai viaggi spaziali e nel tempo, dai mondi paralleli che da sempre hanno un posto privilegiato nella letteratura e nella cinematografia sci-fi. Metafore, spiega, per rappresentare la contemporaneità. Per il clip relativo al primo singolo estratto dopo l’uscita dell’album, Four Out Of Five, la band sceglie un’enorme casa nel country side inglese nella quale re-immagina una trama à la The Prisoner – la classica serie fantapolitica britannica creata da Patrick McGoohan (anche interprete) e George Markstein – dal punto di vista dei “controllori” che ordiscono “pacchetti di stili di vita virtuali”.

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