Recensioni

7.5

Se questo 2018 entrato nel rush finale si guarderà indietro, alla fine dei conti, troverà in ambito jazz/sperimentale poche fiammate tra le uscite che lo hanno caratterizzato. Archiviate quelle esplosive come Sons of Kemet, Skull Defekts, Khalab e quelle mainstream deludenti – cercare sotto Kamasi Washington, grazie – la vera sorpresa, destabilizzante a tratti, è quella rappresentata da MITH di Lonnie Holley.

Personaggio incredibile nato nel 1950 a Birmingham, Alabama (la stessa città che quarant’anni prima aveva dato i natali ad un certo Sun Ra), Holley ha vissuto di stenti fino alla fine dei Settanta – settimo figlio di ventisette, si dice fosse stato dato in cambio di una bottiglia di whiskey –, un momento storico in cui il suo linguaggio artistico prende diverse direzioni, andando verso pittura, scultura, fotografia e, ovviamente, musica. Suona il piano e lo fa da autodidatta, sviluppando pattern improvvisativi inusuali su cui incasella testi potentissimi e impegnati che richiamano le poesie di Amiri Baraka e i proto-flow di Gil Scott-Heron. Ma è solamente negli anni dieci del Duemila che qualcosa si sblocca per Holley, quando arrivano i primi due dischi (Just Before Music e Keeping a Record of It) e le collaborazioni con Bradford Cox dei Deerhunter, Animal Collective, Dirty Projectors e Laraaji, uno dei suoi collaboratori anche su MITH.

Registrato in giro per il mondo negli ultimi cinque anni, MITH è un’esperienza straniante che al primo ascolto, per lunghi tratti, non dà punti di riferimento. È un rito pagano, aperto con I’m a Suspect (le sue parole per il movimento Black Lives Matter) e che continua con Back For Me e How Far is Spaces-Out?, primi approcci emozionali con le sue capacità vocali. La sua voce, che ricorda le strazianti urla del sax di Ayler (I Woke Up in a Fucked-Up America, con quei tromboni che minano fondamenta e certezze), si incastra perfettamente su improvvisazioni al piano ora spigolose, ora delicate (I Snuck off The Slave Ship), e sui pattern elettronici programmati da Laraaji (Copying The Rock, Coming Back…). A fine scaletta, poi, ci sono la gilscottheroniana (era Brian Jackson) There Was Always Water e il gospel disperato di Down in The Ghostness of Darkness. Chiude la messa, Sometimes I Wanna Dance, sette minuti di danza sincopata e un po’ di leggerezza.

Per chi già conosceva Lonnie Holley, MITH rappresenta un deciso passo avanti rispetto al suo comeback del 2013, un vero e proprio monolito sonoro e testuale. Per chi, invece, non lo avesse mai sentito prima, nemmeno per sbaglio, il disco sarà un’esperienza nuova, totalizzante, a cui lasciarsi andare completamente.

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