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Gli alberi cadono, simbolo di una natura fragile. O almeno così sembra dire un disco tutto dedicato a questo tema che si apre con un Requiem for a Fallen Tree e si chiude con l’ultima parte di una suite intitolata Fallen Trees – Part V: Not Forgotten: non vi dimenticheremo. Viene in mente Mario Brunello, virtuoso violoncellista veneto che si è portato in quota per suonare accanto ai tronchi caduti delle sue montagne lo scorso novembre, oppure il titolo di un libro di un filosofo che oggi va tanto di moda tra chi si occupa di OOO (Object-Oriented-Ontology), ovvero Timothy Morton e il suo Dark Ecology. Passa così anche Melnyk dall’elegiaco delle sue ultime prove, in cui il flusso ininterrotto di note sembra costruire un ponte con una naturalità oramai slegata dalla nostra quotidianità, a una vena più scura e umbratile, come se il pessimismo gli si fosse infiltrato sottopelle.
E a settant’anni suonati il pianista di origini ucraine comincia a rallentare un pochino. Se fino al precedente Rivers and Streams la cifra stilistica si basava sostanzialmente sulla capacità di pestare con altissima frequenza sui tasti, qui, ancora alle prese con un’uscita targata Erased Tapes, Lubomyr Melnyk varia un po’ la formula e si trattiene un po’ (ma giusto un po’). Ma si tratta anche della sua prima vera collaborazione, dopo tanti decenni di musica, con altri musicisti come Anne Müller (già collaboratrice anche di Nils Frahm) e le voci della cantate giapponese Hatis Noit o di David Allred.
Tutto sommato la formula cambia poco rispetto al passato, ma qualche variazione di ritmo e un’apertura rispetto all’ortodossia esclusivamente pianistica, uniti a un tono più riflessivo, fanno di Fallen Trees uno dei dischi migliori che Melnyk abbia pubblicato negli ultimi anni e apprezzabile anche al di fuori della sua nicchia ecologica naturale.
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