• nov
    27
    2015

Album

Erased Tapes

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Riassunto delle puntate precedenti: Lubomyr Melnyk è un pianista e compositore di origine ucraina che oramai viaggia verso la settantina (è nato nel 1948). Negli anni Settanta bazzica Parigi, ma – a propria detta – non viene compreso. Si autoproclama inventore di un genere tutto suo, la continuous music, sorta di interpretazione personale del minimalismo pianistico americano, e si ritiene vittima di incomprensioni da parte dell’industria discografica: troppo classico per il mondo del mainstream, troppo poco ortodosso per il mondo della classica. La sua attività, comunque, procede incessantemente, con una copiosa produzione di dischi (soprattutto piano solo, ma non disdegna anche di buttare giù anche qualche pagina cameristica) per piccole etichette, di cui Erased Tapes è l’ultima in ordine cronologico. Se c’è una cosa che non manca al buon Lubomyr è la sicurezza nei propri mezzi: sul suo sito si paragona senza troppi giri di parole a Franz Lizst (!) e si incorona pianista più veloce del mondo (!).

La velocità, in effetti, gli va riconosciuta: cascate di note in quantità torrenziale, ché ti domandi come faccia a non avere i crampi dopo due minuti. Un po’ come nel caso di Enya, recentemente tornata alla ribalta, i dischi di Lubomyr sono indistinguibili l’uno dall’altro. Questo, il numero ventuno se non abbiamo perso qualche colpo, dovrebbe essere un concept sull’acqua al centro della vita e del mondo: un elemento, quello liquido, che ben si attaglia all’idea estetica del pianista ucraino. I brani, più o meno lunghi, funzionano tutti allo stesso modo: si presenta un giro melodico attorno al quale Lubomyr riesce a costruire una tale quantità di microvariazioni che, unite all’uso massiccio del pedale, permettono alle note di generare armonie stratificate. Su questo tappeto, soprattutto con la mano destra, Melnyk fa emergere una linea come la voce di un canto che dovrebbe guidare l’ascoltatore in questa foresta di note. In qualche occasione, Jamie Perera aggiunge un timido accompagnamento di chitarra.

L’impressione generale è quella di un ambient-droning che sfocia facilmente in una versione new age del post-rock: lenti crescendo emozionali che si sviluppano in strutture circolari basate sui piccoli scarti progressivi. Quindi, sì Terry Riley e Steve Reich, sì Erik Satie (che pare non si possa non citare se c’è un piano solo di mezzo), ma anche Explosions in the Sky o un’altra band a caso nel settore post-rock. Permettete di aggiungere che per massimalismo romantico e poca variabilità di trama a noi fa venire in mente un Chris Martin in svisata “volemosebbene”, amore-cosmico-mentre-guardiamo-l’alba-con-il-vento-tra-i-capelli. Se non avete paura di mettere le mani nella melassa oltre il velo di Maya, il disco, così come tutta la produzione precedente, vi piacerà. Per tutti gli altri: occhio ai livelli di glicemia.

15 Dicembre 2015
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