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8.5

Il termometro di Bologna oscilla fra i 32 e i 34 gradi. L’aria è calda e un po’ polverosa, come se stesse per esplodere la terra sotto Piazza Grande. Un nugolo di signore di mezza età, portato a casa il sacro dovere della messa, si muove sornione in cerca di un’ombra refrigerante mentre un ragazzo con meno di vent’anni e più di cento pensieri al minuto, si avvicina al gabbiotto dell’edicolante e chiede una copia de l’Espresso, lui che non lo ha mai letto. Ma c’è quella buffa copertina, con il gallo e il cantautore, che si interroga su cosa i teenagers possano trovarci di tanto interessante in quel Lucio Dalla. Il settimanale, diretto in quegli anni da Livio Zanetti, dedica per la prima volta la copertina a un cantautore italiano, e sembra farlo con la leggerezza e l’allegria di una promessa di fine estate, di una nuova entusiasmante possibilità, di una evoluzione naturale, baciata da una buona stella.

Siamo nel luglio del 1979, e quella – oltre a essere un’altra vita – è l’estate trionfale di Lucio Dalla, che ha riempito gli stadi e dominato le classifiche di vendita con due album record, Lucio Dalla e il live con De Gregori Banana Republic. Solo qualche mese più tardi, toccata la cifra tonda del 1980, Dalla chiude un trittico, fatto di poesia e musica facendo uscire Dalla, qualcosa che non può essere e non è solo un disco – e non può quindi essere analizzato all’interno di una cornice puramente musicale – ma è il compendio, la summa massima di tutte le paure, le passioni, gli amori che attanagliavano l’Italia di quegli anni. Quando i capelli iniziavano a cotonarsi, le spalline a ingrossarsi rendendo imponenti le fisicità di un mondo che stava assottigliando sempre più una morale e una storia collettiva. I corpi degli italiani – così come le belle tette di Meri Luis, o i muscoli che corrono sulla pelle di Sonni Boi – sembrano cercare una via di fuga dagli anni di piombo e sangue, inseguendo una fantasia, un sogno vivido che Lucio è pronto a regalare.

Il terzo album interamente scritto da Dalla, terminata la collaborazione col poeta e paroliere Roberto Roversi, giunge sul mercato attesissimo e lo fa con otto storie intimamente universali, pezzi di diario che riescono a raccontare brillantemente la vita di tutti, planando con disinvoltura sulle gioie e i dolori di chi si arrabbia e si entusiasma. A far da sfondo al disco c’è tutto un microcosmo che ci tiene col fiato sospeso mentre gli umani cadono nelle tempeste amorose e malefici uccellacci, che dicono di essere dèi, intavolano un’animata discussione con l’uomo della strada – attore principale dei brani – quasi sempre vittima della vita curiosa nonché custode del segreto della sopravvivenza. Attraverso la magia di una sera qualunque, che diventa il miracolo di una notte – uno dei temi cruciali del canzoniere dalliano è proprio la fascinazione notturna, quasi metafisica e surreale – speciale in cui tutto accade sotto una luce diversa, Lucio Dalla trova il momento esatto in cui il ritmo del mondo cambia affinché le cose, i gesti della gente e il loro destino seguano la cadenza giusta. Che sarà quella che sognavamo da bambini, e che non ci capita più di vivere.

Lucio Dalla veste il costume di un fantasista a metà tra Peter Pan e il contadino Bertoldo, è combattivo e beffardo, e lo si capisce nel profondo perché non si muove mai al di fuori di un contesto che pone al centro l’umanità ferita, con la tensione del poeta, l’eloquenza dell’amore e del silenzio.

L’album, che è stato realizzato negli studi Stone Castle di Carimate, vede tra i musicisti in sala, oltre a collaboratori di sempre come Ricky Portera alle chitarre, Marco Nanni al basso, Giovanni Pezzoli alla batteria e Ron al pianoforte e chitarra, anche Aldo Banfi ai sintetizzatori e Paolo del Conte e Cecco La Notte alle chitarre acustiche. Il suono è muscoloso, sposa la ballad melodica ma non disdegna soluzioni rock e colori mediterranei. È quello che conosciamo oggi come Dalla sound, trascinante e scattoso, dal registro pop e visionario, in cui a emergere sono soprattutto le chitarre (fino a quel momento non troppo amate da Dalla), come quella elettrica del mitico Portera capace di creare lo sposalizio perfetto con i fiati (da sempre molto cari a Dalla), e gli epici archi arrangiati da Giampiero Reverberi. La fusione tra lingua colta, sintassi parlata e dialetto, in tandem con l’interpretazione sempre più sanguigna del bolognese, regala una pièce teatrale ricca di colpi di scena, per un lirico quadretto di periferia; e lo fa parlando a tutti, «Scrivo quello che sente la gente. Parlo con il loro linguaggio. Non faccio liriche, non scrivo poesie. Quello che dicono le mie canzoni potrebbe dirlo anche mia zia» ripete spesso. Che poi, all’interno di quel vocabolario e di quell’italiano chiaro ma non orfano di simbolismi, si possano scovare anche le fondamenta del cantautorato italiano, è un’altra storia che forse al Nostro nemmeno interessa.

Se sul piano letterario la scelta di Dalla si concentra su un linguaggio meticcio che accorpa discorsi popolari, neologismi e dialoghi in presa diretta riuscendo a fondere brandelli di vita vissuta, sostanza onirica e tensioni sociopolitiche, a livello vocale sembra rilassare le corde dopo aver giocato, nei lavori precedenti, con i vocalizzi scat e le escursioni vocali disarmoniche: adotta sì un tono black ma quasi agrodolce che attinge dal funk à la James Brown, star americana a cui il Nostro sembra guardare anche per l’esplosività con cui tiene il palco. E sembra essere proprio quella forza, quell’energia primigenia, quasi sovversiva rispetto a ciò che i cantautori italiani avevano fino a quel momento mostrato, a spingerlo tanto in vetta alle classifiche quanto nei mangianastri di tutti gli italiani. Dalla ha già fatto propri i segni inconfondibili dell’icona: gli occhiali tondi, la coppola di lanetta, bastano a raccontarne le gesta e finiscono, nello scatto magico di Renzo Chiesa, per diventare la copertina del disco.

Il viaggio di Dalla inizia con una data ben precisa: 2 agosto 1980, «ferma con quelle tue mani il treno Palermo-Francoforte / per la mia commozione c’è un ragazzo al finestrino / gli occhi verdi che sembrano di vetro / corri e ferma quel treno fallo tornare indietro / balla anche per tutti i violenti veloci di mano e coi coltelli / accidenti se capissero vedendoti ballare di essere / morti da sempre anche se possono respirare». È la strage di Bologna, uno squarcio al cuore del Paese, a prendere le redini del suo racconto in musica. Balla balla ballerino apre il disco con un riff di chitarra che è un’esortazione dolceamara, per una ballata che incalza le ritmiche rock e rivela una pagina drammatica dell’Italia, e lo fa poco tempo dopo, quando in molti hanno a malapena metabolizzato ciò che è successo. Ballerino era anche il nome che in quegli anni era stato dato al treno che attraversava le stazioni di tutta Italia. La narrazione, colma di pietas, di cui si fa carico Dalla, è un’analisi sociale e antropologica dei suoi tempi, di quegli anni pesanti come il piombo e intrisi del sangue versato su piazze e marciapiedi. E così molti brani diventano storie di personaggi forse inventati forse reali che si muovono con gesti surreali. Ne Il parco della Luna, col suo arrangiamento nervoso e beffardo, conosciamo Sonni Boi (omaggio al cantante blues americano Sonny Boy Williamson II), denti di ferro, occhi neri, muscoli vorticosi e braccia tatuate.

L’ambiente è quello del luna park, colorato, caotico, trasformato in una visione che si rifa all’infanzia, al potere dei ricordi. Quei cimeli di vita che ritornano, lungo le otto tracce dell’album, a scandire gli assoli di chitarra o i monologhi di un sax che lascia parlare l’atmosfera, magica e sognante di una notte romana: La sera dei miracoli riesce a incorniciare tutte le luci e gli odori di una città che non è quella originaria di Dalla ma che pare averlo adottato nella poesia delle sue piazze, nel segreto oscuro dei suoi vicoli. Nessuna canzone riesce così bene a restituire quel senso di familiarità e connessione con spazi aperti di una città, senza però lasciarsi abbacinare come nella seconda parte del brano, quasi una marcetta scherzosa, che si apre poi nel mare di corpi e stelle. Già, i corpi di Dalla. Quelle fisicità così precise, sceneggiate, delineate nei loro difetti quasi lemmi di un vocabolario che dice anche del nostro animo. Nella sarcastica Mambo il bolognese disegna corpi nudi e disperati, accorsi per strada in preda al dolore più atroce, quello dell’amore che se ne va, che corre lungo le pennellate di sax.

A metà album possiamo domandarci, quanti film di matura tensione poetica abbiamo già visto? Synth e batteria introducono Meri Luis, la canzone «più vera, più autentica» del canzoniere dalliano, a detta dello stesso. Sei personaggi, bozzetti tanto veloci quanto precisi, che sopravvivono alla quotidianità del loro tempo scaraventati in mezzo al traffico, fino a che il loro creatore non decide di fermare il giro, ribaltando le carte in tavola e lasciando i suoi attori liberi di riscrivere la sceneggiatura. Il regista, il cameriere, il dentista, il taxista, la ragazza, all’interno della giostra della vita che passa da essere monotona («questa vita che ti passa accanto / e con le mani ti saluta e fa bye bye») al lasciarsi stravolgere, nel grido liberatorio finale («ma la vita com’è bella / e com’è bello poterla cantare»), vengono osservati da più angolazioni, trasformando il brano in una lezione letteraria di prospettiva. Una scelta inaspettata, un gesto nuovo, e tutto cambia.

Con Cara, il cui testo stavolta è del filosofo Stefano Bonaga non riportato nei crediti perché non era iscritto alla SIAE, l’intreccio chitarristico di Portera pone l’esoscheletro di un incontro tra il romantico e l’erotico, con una ragazza molto giovane («per i tuoi pochi anni e i miei che sono cento»). Il brano, che originariamente si intitolava Dialettica dell’immaginario, mostra le ansie e i guai erotico-sentimentali di un uomo rapito dalla bellezza fresca e anarchica di una ragazza con cui desidera cadere «dentro un letto» (e poi di volare sopra un tetto), ma la paura delle conseguenze, la trappola dei sentimenti pare fermarlo: che si tratti di sogno o realtà, è davvero importante specificarlo? Dalla mostra sempre di più un interesse per gli imperfetti, i vessati, che a volte con i loro sacrifici intrepidi tentano di modificare l’immutabile, quella sorte privata scritta in qualche stella.

Dalla è un vero e proprio fantasista che usa le parole da uomo di teatro e di musica. Il gioco dialettico di Siamo dei risplende in una dimensione drammaturgica e onirica in cui le creature pennute e mostruose («Oh…! Brutto uccello / ti ha mai detto nessuno che un dio dovrebbe essere più bello») interrogano l’umano sui mondi ideali, perfettibili o meno. Fra suoni jazz e giochi caraibici, il senso dell’umorismo abbraccia la fantasia, pronto a tenere testa, con argomenti tanto ridicoli quanto inoppugnabili, a queste divinità insolenti. Ma chi sarà ad avere l’ultima parola? È il pover uomo, piccolo e mortale, a chiudere il brano, rivelando come lo stesso Dalla parteggiasse per chi è imperfetto, sbagliato, ma comunque ancorato a un’idea di amore eterno.

Come eterno è il respiro che soffia sul brano con cui l’autore si congeda: Futura, sorella de L’anno che verrà, presente nel disco uscito solo un anno prima, è una rapsodia ispiratissima nata davanti a un muro. Quel muro. Lucio Dalla la scrive quando si trova a Berlino nel 1979, due blocchi a dividere un paese e un mondo, non solo geograficamente ma anche a livello antropologico. Due giovani, innamorati e impauriti, si interrogano sul domani trovando dopo uno smarrimento iniziale, la forza e la speranza per costruire insieme un vero e proprio futuro, con la musica in crescendo che culla l’amplesso dei due. «Il testo di Futura nacque come una sceneggiatura, poi divenuta canzone. La scrissi una volta che andai a Berlino. Non avevo mai visto il Muro e mi feci portare da un taxi al Check Point Charlie, punto di passaggio tra Berlino Est e Berlino Ovest. Chiesi al tassista di aspettare qualche minuto. Mi sedetti su una panchina e mi accesi una sigaretta. Poco dopo si fermò un altro taxi. Ne discese Phil Collins che si sedette nella panchina accanto alla mia e anche lui si mise a fumare una sigaretta. In quei giorni a Berlino c’era un concerto dei Genesis, che erano un mio mito. Tanto che mi venne la tentazione di avvicinarmi a Collins per conoscerlo, per dirgli che anch’io ero un musicista. Ma non volli spezzare la magia di quel momento. Rimanemmo mezz’ora in silenzio, ognuno per gli affari suoi. In quella mezz’ora scrissi il testo del brano, la storia di questi due amanti, uno di Berlino Est, l’altro di Berlino Ovest che progettano di fare una figlia che si chiamerà Futura». E cos’è il futuro se non una possibilità?

Una promessa chiude così l’ultimo capitolo della trilogia maestosa firmata dal cantautore bolognese e offerta al suo pubblico in soli tre anni, (Com’è profondo il mare pubblicato nel 1977, Lucio Dalla del 1979) e di questo trittico, Dalla ne esce come il più complesso, figlio anche dell’aggiunta di molte tastiere e arrangiamenti eleganti rispetto al passato in cui la base era sempre chitarra, basso, batteria e piano. Completo, totalizzante e raffinato, Dalla è il disco che non può sottostare alla legge della novità. Mi spiego meglio: ciò che è nuovo distrae, occupa la mente che si stanca con più velocità. Un album che si conosce nel profondo invece, diventa all’istante un sottofondo quieto. Ci sono dischi che abbiamo ascoltato centinaia di volte, di cui conosciamo le note a memoria e che potremmo cantare, stonando, allo stesso modo degli artisti. Col medesimo peso sulle sillabe. Ma con questo disco no, non esiste adagio, ogni volta è tutto in divenire, come se la scrittura stesse avvenendo davanti ai nostri occhi, come se potessimo guardare quel giovane uomo col cappellino blu, intento a convincerci per la prima volta che non c’è più niente di straordinario del nostro magico quotidiano, costruito per intensi fotogrammi.

In quegli anni Lucio Dalla era assolutamente indiscutibile, alle sue parole ci si affidava, il suo suono era l’avanguardia più pura, era il rock senza capelloni, era il pop brillante, era il funk in mini dosi da assumere senza cautela. Era quanto di più distante dalla concezione di nazionale potesse esserci eppure scriveva degli italiani, dei lori vizi, e delle loro manie, con una lucida arguzia, con un vago senso di decadenza che non era riuscito ai colleghi, nemmeno ai più blasonati. Dalla non è mai stato un romantico, non nell’accezione almeno che circolava fra i parolieri italiani. Dalla è sempre stato un uomo curioso, che affidava alle sue canzoni i dubbi e l’ironia di uno svergognato, sempre in cerca di un corpo d’amare, di un cuore con cui giocare, come il bambino irrequieto e curioso che ballava il tip tap in mezzo agli adulti.

Se Lucio Dalla è stato l’uomo che ha sussurrato al futuro, questo disco è il futuro che spinge per il suo compimento.

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