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    20
    2020

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Bedroom Community

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Fountain, il debutto della produttrice americana di stanza a Berlino Lyra Pramuk, mi accompagna ormai da settimane tra lunghe sessioni di deep listening e fulminei spostamenti, gli ultimi prima della quarantena, all’insegna di un ipotetico “business as usual”. Dovrei conoscerlo a memoria, a questo punto. Eppure, riascoltandolo oggi, scopro dettagli nuovi e mi ritrovo ad apprezzarne sfumature che non avevo intravisto, nascoste com’erano tra le fitte, magmatiche texture di questi sette, tortuosi brani quasi interamente realizzati con la voce dell’artista. In bilico tra un gusto tutto sperimentale per frammento e dissociazione da un lato, e una predisposizione folk alla narrazione dall’altro, Fountain promette di rianimarsi a ogni ascolto, trasformando la voce di Pramuk in uno strumento di reinvenzione.

Pramuk vanta, non a caso, un curriculum di ampio respiro. Habitué della club culture di Berlino parlano di lei, cantante d’opera di preparazione classica, come di un punto di riferimento degli anni Dieci. Al contempo, con gente come i collaboratori Holly Herndon e Colin Self, Pramuk condivide una passione per l’elettronica sperimentale e una vena teorico-accademica, mentre nell’etichetta islandese Bedroom Community, nota per il suo miscuglio di classica contemporanea e avant-folk, trova il perfetto rifugio per un sound che definisce “futurist folk music”. La denominazione risulta particolarmente convincente, essendo davvero difficile attribuire le composizioni di Fountain esclusivamente al mondo dell’elettronica o a quello del folk. Ascoltando brani come lo straordinario, ronzante sabbath Xeno o il sovreccitato mantra polifonico Gossip, l’impressione è che le sonorità metamorfiche di Pramuk potrebbero funzionare bene tanto su una compilation decostruzionista di PAN, quanto su un disco della musicista folk Sami Mari Boine.

Sottoponendo la propria voce a un’infinita gamma di effetti, stratagemmi combinatori e soluzioni armoniche all’insegna di una fluidità tanto sonora quanto linguistica (l’uso della voce come punto di partenza assoluto è slegato da ogni pretesa di significare), Pramuk riesce a evocare atmosfere senza tempo, in bilico tra riferimenti a musica tradizionale e ambizioni sci-fi. Spesso Pramuk parte da alcuni elementi di base (una nota protratta, una melodia, il pointillistico accavallarsi di microscopici frammenti vocali) e intesse maestosi crescendo, dirottando ritmiche e texture in molteplici direzioni lungo il cammino verso una recalcitrante soluzione finale. Il punto qui, sembra essere quello di trovare conforto, finanche illuminazione, nella polifonia come metafora di uno stato d’essere estaticamente in bilico. Che Pramuk flirti con l’oscurità (i perforanti bassi della sopracitata Xeno, le seducenti circolarità dark ambient di Mirror) o faccia allusione alle convenzioni della musica sacra, il disco, nel complesso, sembra essere trainato da un generale desiderio di “uplift”, sia nel senso di “sollevare” che di “dare sollievo”.   

E così Fountain, nei suoi momenti più emozionanti, finisce per riscoprirsi obliquamente new age: ne sono un esempio le cullanti glossolalie di Cradle (in cui, più che altrove, sembra di sentire la presenza dell’alto di ANHONI) e nell’essenziale traccia di chiusura New Moon, in cui Pramuk si prende otto minuti per trasformare ossessivi rintocchi di sottofondo e un apparentemente disordinato tripudio di serpentine, laceranti linee vocali in un lasciapassare per un ascolto di stampo meditativo. Pramuk stessa, complice la dialettica personificazione/spersonalizzazione veicolata dall’ubiquità sì della sua voce, ma anche della sua manipolazione ai limiti del riconoscibile, sembra aspirare a uno stato di incorporeo misticismo, mettendo in crisi l’idea della voce come strumento di affermazione di un sé al singolare. Oltre a pescare dal pathos dell’opera tanto quanto dall’intimismo della musica folk, le sue interpretazioni vocali la vedono egualmente a suo agio con l’aulico e l’animalesco, tanto nell’imitare le vibrazioni di una corda di violoncello (Cradle) quanto nel catturare il guizzare di una nota al sassofono (Tendril). Fountain è il disco di un’artista che nella sua voce ha trovato un punto di ripartenza. Un privilegio uscirne trasformati ad ogni ascolto.

28 Marzo 2020
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