Live Report

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Per chi ha seguito la musica elettronica sperimentale da vicino durante gli anni Dieci, le recenti riflessioni di Simon Reynolds su Pitchfork non risulteranno nulla di nuovo. Con il termine “conceptronica” Reynolds allude non a un genere musicale, ma alla predisposizione di un nutrito gruppo di produttori per teorie e intellettualismi, un piglio “concettuale”, per l’appunto, molto spesso alimentato da questioni identitarie e da uno spirito critico che aggiorna le ambizioni situazioniste del post-punk all’era post-digitale. Pur non aggiungendo molto alle pagine di Wire, Tiny Mix Tapes e altri outlet di giornalismo musicale che negli ultimi dieci anni hanno non solo dissezionato il lavoro di artisti molto diversi tra loro, ma contribuito non poco a demistificarne l’approccio, Reynolds ha messo in evidenza un aspetto dell’ondata concettuale troppo spesso messo in secondo piano: il rapporto tra gli artisti in questione e le istituzioni culturali. Se le cartelle stampa dei dischi di Chino Amobi, Arca e Lee Gamble, per citarne solo alcuni, si leggono come didascalie museali, la loro musica finisce per adattarsi al club tanto quanto a gallerie d’arte e spazi highbrow che al movimento del pubblico prediligono la contemplazione. Per i produttori in questione musei e centri d’arte rappresentano una forma d’introito molto spesso più concreta, ma anche una forma di capitale culturale e sociale in grado di conferire prestigio e credibilità al proprio percorso artistico. In cambio, alle istituzioni, gli artisti forniscono una fetta di pubblico più giovane e una connessione col presente.

Il sold out di Holly Herndon al Barbican Centre, in quest’ottica, non fa una piega. La scorsa estate il Barbican ha ospitato AI: More Than Human, una mostra e serie di eventi sulle potenzialità dell’intelligenza artificiale. Con il suo PROTO, uscito a Maggio, Herndon, metteva in pratica le sue ricerche di dottorato, trasformando il processo di apprendimento di un AI di sua “gestazione”, Spawn, in una fruttuosa collaborazione tra umano e non-umano. PROTO è un tripudio di voci: tra le tonanti armonie vocali di un nutrito ensemble di performer, gli sputacchi di Spawn e i call and response tra i musicisti e la macchina, il disco si propone come una celebrazione del concetto di comunità e una riscrittura del ruolo dell’AI nella società presente e futura: per Herndon, l’intelligenza artificiale può e deve trasformarsi in una fonte di collaborazione con l’essere umano anziché in una sua sostituzione a favore di un dilagante surveillance capitalism. Di fatto, il titolo della mostra del Barbican Centre non avrebbe sfigurato come sottotitolo di PROTO. «What a dream venue!», esclama Herndon non a caso a metà concerto, mentre il compagno Mathew Dryhurst, diviso tra i tre laptop sul palco, filma le ovazioni del pubblico con la sua videocamera. Nel passaggio dall’ottimo Platform (2015) a PROTO, Herndon non è tanto cambiata nel suo ruolo di musicista sperimentale, quanto nella sua figura di teorica dei media: precisa che la sua prospettiva sulle nuove tecnologie è – e sempre rimarrà – critica, ma è impossibile non notare un incontenibile ottimismo non solo nelle sue dichiarazioni, ma anche nella sua presenza sul palco e nel generale assetto live di PROTO.

Fatta eccezione per i frenetici, sferzanti intrecci di sample vocali di Chorus (accompagnati dal video originale del brano di Platform), l’intero concerto è dedicato ai brani del nuovo disco, eseguiti assieme a Dryhurst e ai vocalist Colin Self, Albertine Sarges, Evelyn Saylor, Franziska Aigner e Roman Ole. Per l’intera durata del concerto Herndon e compagni si aggirano sul palco scambiandosi sorrisi, abbracci, applausi e cenni di consenso, un senso di comunione esasperato dal plauso del pubblico. Questo stato di beatitudine ben si allinea non solo alle armonie vocali del gruppo, ispirate tanto ai cori di chiesa della gioventù dell’artista nel Tennessee quanto all’opera, ma anche ai loro umili costumi, un bislacco incrocio di possibili riferimenti a comunità campagnole di altri tempi e a personaggi neutrali che, come sempre con Herndon, si è tentati di associare a scenari più futuristici. Un po’ come i video di Dario Alva proiettati sullo sfondo (lunghe, fosche sequenze imperniate sul binomio natura/architettura), tuttavia, i concitati botta e risposta tra i vocalist tendono a creare, già dal secondo brano in scaletta, Alienation, un senso di uniformità e prevedibilità. Le mitraglianti produzioni di Herndon, assieme ai suoi testi, finiscono quasi in secondo piano, disperse in un imponente accatastarsi di voci, da cui sembrano emergere a stento persino i mastodontici bassi di Frontier.

Alcuni dei momenti più memorabili del concerto, non a caso, arrivano quando la performance mette da parte il massimalismo del disco a favore di un qualche focus: cala un silenzio assoluto quando Saylor e Aigner si separano dal gruppo e si posizionano dietro alle proiezioni di Alva per eseguire il lamento folk Canaan. L’ondeggiante call and response di Evening Shades si trasforma in un’interazione canora col pubblico guidata da Colin Self e, ancor prima, in un momento di assoluta sorpresa: d’improvviso s’illuminano delle zone a caso tra il pubblico, dove eseguono il brano, in coppia, dei cantanti del coro londinese London Sacred Harp. Il concerto ritrova un focus di tutt’altro tipo anche nelle pulsazioni techno dell’eccellente Fade, eseguita come encore, unico recupero da Movement e momento strettamente dance del concerto. Ma è forse Fear, Uncertainty, Doubt l’episodio più memorabile della serata: dopo il rintontimento collettivo di Frontier Herndon sale sul tavolo, accucciata tra i laptop, ed esegue in solitaria un emozionante, penetrante a cappella iper-processato. «I need to know where we stand», canta ad occhi chiusi (il titolo del brano si riferisce direttamente alle strategie di disinformazione e propaganda nel mondo di IT e software). È nella semplicità e intensità di questa interpretazione che il concerto recupera una necessaria dose di tragico scetticismo, facendosi perdonare la mancanza, in scaletta, del brano più propriamente scomodo di PROTO, Godmother, un mostruoso tentativo di Spawn di imparare e reinterpretare un brano dell’amica Jlin. Anche l’assenza della stessa Spawn sul palco, tutto sommato, si lascia perdonare. Un po’ meno la retorica di Herndon quando ci spiega, tutta orgogliosa, il motivo di quest’assenza: «Spawn couldn’t make it. She’s still a little stage shy». Fotografie di Mark Allan.

19 Ottobre 2019
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