Recensioni

7.2

«A tale about the Mediterranean people and their music», recita la press di questo nuovo lavoro di Machweo. E in effetti ce n’è eccome di Mediterraneo nelle note di Fire And Sea, album che reitera l’approccio mostrato da Machweo all’altezza di Primitive Music e che si è ampliato e amplificato con, appunto, Mediterraneo, il festival in un “atto unico” organizzato proprio da Giorgio Spedicato in cui James Holden, Populous, Any Other, Bienoise, Laura Agnusdei e molti altri si riunivano intorno al concetto di Mare Nostrum per esaltare l’importanza di valori come coesistenza e contaminazione.

Ed ecco ora questo nuovo passo, in cui la contaminazione a cui Machweo ha sottoposto la sua musica e il suo modo di fare musica giunge a una buona vetta: jazz spiritual e libero che sa, ovviamente, di Mediterraneo ma anche di incursioni elettroniche limitrofe a lande da clubbing (c’è Populous a fare un featuring in Kalimbada, per dire) così come di contaminazioni spazio-temporali con e in un folklore, quello del sud della penisola, che spesso e volentieri è stato caso di studio per la propria forte e caratterizzante tradizione (chiedere a Carpitella, De Martino o Lomax, giusto per far due o tre nomi) ma che si dimostra essere – nel caso del “traditional” salentino Lu Rusciu che chiude l’album così come nella trance ancestrale di Focara – territorio di sperimentazione, luogo atavico di devianze e manipolazioni se messo nelle mani dei giusti attori.

Nello stesso modo, come da millenni il Mediterraneo agisce da ponte tra tradizioni e culture, nell’album di Machweo esso diviene traghettatore di (poli)ritmi e influenze, ma innovati e rielaborati in chiave anche elettronica, a dimostrazione che la tradizione, così come il passato, possono essere ponte per il rinnovamento e di slancio verso il futuro. È un quartetto giovane quello che Giorgio Spedicato/Machweo ha riunito intorno a sé per questo disco (Dario Martorana alla chitarra, Giulio Stermieri alle tastiere, Manuel Caliumi al sax e Antonio Rapa alla batteria) così come è “giovane” l’etichetta che pubblica il tutto, ovvero la Hyperjazz di DJ Khalab. Cosa che in tempi di chiusure e ripiegamenti vari in retroguardia, apre prospettive molto interessanti e, soprattutto, lascia un gran bel sapore (di speranza) nelle orecchie.

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