James Holden (UK)

Biografia

Rebelling against dance music

Con una carriera passata sulla cresta di alcune ondate (prog house, neo trance, electro-psichedelia, elettromania analogica, ecc.) che hanno attraversato (e poi superato) il dancefloor dalla fine degli anni Novanta e un’instancabile attività di dj, remixer e label manager (Border Community), James Holden si è imposto come solido e appassionato producer, abile miscelatore di emozioni ai piatti e figura di riferimento per una schiera di producer “ibridi” che, abbracciando il dancefloor a cavallo decade ’00/’10, hanno visto in lui un outsider onnivoro e in costante ribellione contro i cliché e le pressioni esercitate dall’industria legata al ballo.

Il filo conduttore all’interno della sua musica è un qualcosa che lo attraversa come il vento della Manica: il viaggio, meglio ancora se la sua durata coincide con una notte intera, un percorso che lo porta, dopo quattro lustri, a trasformarsi in un esperto di synth modulari, controller e interfacce analogico/digitali, in un meccanico che s’inventa modi nuovi per farle dialogare quelle macchine, eppoi in un mistico col vizio dei baccanali, in dialettica con musicisti in carne ed ossa, oltre le dinamiche del dancefloor e i pavimenti a scacchi, alla volta di mondi ancora inesplorati.

Un viaggio che dalle lunghe notti dei suoi dj set si allunga anche geograficamente, oltre l’Occidente, portando con sé folgorazioni sulla via del Marocco, e temporalmente, con il riconoscimento di una guida spirituale, quel Terry Riley che idealmente gli apre la porta ad Oriente ma anche al krautrock e alla musica cosmica. Il naturale output di tutto ciò? Una ricongiunzione della trance degli esordi con un’altra, più terrigna e primitiva che coincide con la jam session di una impro band – gli Animal Spirits – di cui si dichiara bandleader. E giusto qualche anno prima con la pubblicazione di The Inheritors, uno tra gli album più significativi della sua decade.

Nato il 7 giugno 1979 a Exeter, Devon, in Inghilterra, James Alexander Goodale Holden esordisce a 19 anni sotto i migliori auspici quando è ancora uno studente di matematica. Il 12” Horizons / Pacific, pubblicato da Silver Planet e distribuito da INCredible, label legata alla Sony, è uno degli hit neo prog house del 1999 e il suo nome viene associato a nuova promessa del genere, assieme a Space Manoeuvres, e a grossi calibri come Sasha + John Digweed. Nel 2001, esce One For You su Direction Records (sempre legata Sony), un altro immaginifico viaggio ibizenco tra trance e house a cui seguono, l’anno successivo, l’affondo tubolare Solstice, sempre su Silver Planet, e un versus 12” con Ben Pound, Kaern Turned, sub label di Silver Planet, attivata con l’aiuto dello stesso Holden. E’ l’anticamera di un’etichetta personale che viene aperta nel 2003, ovvero Border Community.

Sulla neonata realtà discografica, Holden affonda un altro banger per il dancefloor prog trance, A Break In The Clouds, traccia contenuta in quattro versioni in un omonimo 12”, mentre su etichetta Loaded firma due uscite con la vocalist Julie Thomson: Nothing, in prepotente area mainstream, e una emblematica (per le produzioni seguenti) Come To Me, traccia che esplora traiettorie più pacate e articolazioni melodiche non lontane dalle glitcherie emozionali di Apparat (al netto di ritmi idm-warp, s’intende).

Nel frattempo, sulla label personale, un’accolita di spiriti affini come Petter, Avus, Mfa e soprattutto Nathan Fake, sempre partendo dagli stroboscopici viaggi in 4/4 del label manager, stanno esplorando nuove traiettorie che, pur poggiando su casse dritte e snare funzionali al dancefloor, mirano a una dimensione di psichedelico intimismo tagliato alla bisogna su fendenti electro, approccio che li ricollega al cavallone modaiolo del dancefloor di quegli anni ma lo ribalta sulla gloriosa tradizione techno britannica degli esordi, riavvolgendo il nastro sui primi 90s, sulla Warp e i SAW di Aphex Twin. Accade così che se The Sky Was Pink nel mix originale è una elegia di tramonti inglesi e ai cieli osservati col telescopio che richiama da vicino i Boards Of Canada, nel remix di Holden la traccia diventa – nelle sue stesse parole – uno spartiacque importantissimo nella carriera del musicista, lo starter ideale per l’esordio discografico a venire. Ciò che cambia sostanzialmente nel dna shoegaze-cosmico-pastorale del brano originale (e nell’approccio del suo autore) è la scansione visiva e il battito di ciglia sul medesimo che è poi la mitica campagna inglese dipinta tanto da Richard D. James quanto dagli autori di Music Has The Right To Children e da tutto il comparto elettronico di quegli anni slegatosi dal dancefloor duro e puro.

Chiuso in una officina/studio a serrande abbassate come un meccanico alle prese con il motore di una vecchia Ford, Holden scoperchia synth e drum machine. Lavora in semplicità sulle basi per poter operare su altezze, echi e effetti. Cadenza il ritmo mettendoci sostanzialmente una cassa in quattro raddoppiata da uno snare che sembra più un disturbo radio sul segnale. In parallelo programma la linea di basso al synth, un giro spezzato, secco e minimale, imperturbabile come in una produzione minimal ma senza che la cosa rubi troppo la scena. Da lontano partono i synth del pezzo originale, appresso la base melodica che si fa strada un po’ a singhiozzo, un po’ a dondolo, entrambe le cose. Nel frattempo la circuiteria è sul tavolo, in bella mostra con moduli, controller e tutto il resto. Holden ci mostra cosa è capace di farci: scolpisce il ritmo con Hi-Hat sempre sul punto di deragliare tra ronzii e fruscii che entrano e escono attratti da chissà quale magnetismo. Le armoniche del pezzo originale scendono a valle: le campagne dipinte da Fake iniziano a vibrare, cielo e terra s’avvitano a mulinello in un gioco di filtri e eco. Dr. Who apre il portale e ci ritroviamo nella other side della minimal con un modulare a governare un drappeggio di note che ricordano l’orchestra di bollicine di Apparat e Ellen Allien. Sopra il pezzo originale s’è gonfiato come una nuvola in un estatico tributo allo shoegaze con le note tirate e senguinanti a raddoppiare i colori in cielo al tramonto. E’ un Holden da un futuro remoto quello che s’ascolta, che all’ordine e alla freddezza dei preset e del digitale preferisce la simbiosi con delle bestie analogiche, mai completamente addomesticabili e dome.     

The Idiots Are Winning, pubblicato nel 2006 e visto anche come un mini o una raccolta delle produzioni del periodo, taglia con il passato e, di fatto, “tradisce” i fan della prima ora. Il nuovo Holden fonda il suo corso su un inedito crocevia di electro, psichedelia e minimal trattato, al solito, con enorme attenzione ai dettagli. Sbucano dal mix riferimenti IDM e glitch di sponda al citato Apparat e, trainato dal cavallo di battaglia Lump (che per stacchi sul mix, filtri e vortici elettronici ricorda il Richard D. James dell’album omonimo), il disco si configura come un vivido sogno da ascoltare nella dimensione del long playing. Per il producer è l’apertura di cerchio più ampio, oltre il dancefloor, che nell’attività come dj e relativi mix su disco coincide con set visionari che si avvalgono di una variegata palette di generi e stili anche piuttosto lontani dalla pista da ballo e, pertanto, paragonabili a quelli di Andrew Weatherall in quanto ad eclettismo, senso d’insieme e passione per l’analogico.

La fase a cavallo tra gli anni Zero e i 10s è cruciale; in questo periodo Four Tet e Caribou imparano molto da lui e Holden nei suoi At The Controls, del 2006, e Dj Kicks, del 2010, ricambia e assume le influenze degli amici suonando le loro tracce e mescolandole a quelle di altri act come Arp, Kode9, Piano Magic, Legowelt, Mogwai, Apparat. “[E’] un fiorire di beat che si avvicinano e allontanano trovando il perfetto bliss“, affermiamo in sede di recensione, oltre al fatto che l’attività di remixer coincide grossomodo con alcuni nomi nelle varie scalette. Le band in agenda diventano quindi Mercury Rev (Senses On Fire), Caribou (Bowls) e Mogwai, con l’unica produzione inedita, Triangle Folds, a confluire in una unitaria visione d’insieme, oltre che ad ingrossare un sempre più ricco background di psichedelie possibili.

Allo stesso tempo, nei piatti di Holden girano sempre più synth, specie se modulari, e loop minimalisti, come è innegabile che molti producer britannici, giovani e non, convertono il loro modo di lavorare dal digitale all’hardware (vedi Mumdance, Karenn, Perc e Truss, Joy Orbison e Boddika ecc.) e ai pad. In studio, il producer ci mette del suo imparando a utilizzare software multimediali come Max/MSP ma, soprattutto, personalizzando il tutto con un controller da utilizzare mentre mixa. “[il mio controller] parla con il computer un po’ di più [degli altri in commercio] e mette le informazioni in un piccolo schermo. Sto cercando di abbinare le chiavi ai bpm dei dischi, in un metodo che ti permetta di suonare dischi krautrock senza che la gente s’accorga che li stai suonando“, rivela a Fact nel maggio del 2013, giusto in occasione del singolo che anticipa il nuovo lavoro, Gone Feral.

Psychedelic synth garage

Il mese seguente, dopo aver twittato una domanda che più che retorica dà chiari indizi sul nuovo corso (“esiste già un genere chiamato ‘psychedelic-synth-garage’?”), esce The Inheritors, lavoro che sorprende tutti e porta la sua idea di psichedelia (ma anche prog rock, spiritual jazz, minimalismo e folk pagano) su un nuovo, personale, livello. Su The Inheritors si concentrano i live set del 2014. E le due tappe italiane sono a Roma il 19 settembre e a Bologna il 20 al Teatro Comunale all’interno di roBOt festival 07. Contestuale la decisione di abbandonare il dj set come distinzione tra un prima e un dopo mentre il disco riceve all’unanimità i plausi della critica specializzata internazionale.

Nei due anni successivi Hoden si dedicherà alle collaborazioni con musicisti di estrazione rigorosamente non occidentale: nel 2015, dalle session nate in un viaggio in Marocco assieme a Sam Shepherd, in arte Floating Points, vede la luce Marhaba, album di quattro jam con il musicista gnawa Maalem Mahmoud Guinia, mentre l’anno successivo, assieme al percussionista di tablas Camilo Tirado, viene composta, 70s Outdoor Museum of Fractals, una delle due tracce presenti nello split album Outdoor Museum of Fractals / 555Hz prodotto assieme al compagno d’etichetta Luke Abbott, disco ispirato ai lavori del compositore minimalista Terry Riley le cui due tracce vengono sviluppate a partire dai concerti svolti in occasione delle celebrazioni per l’ottantesimo compleanno del compositore minimalista al Barbican Centre di Londra e al Muziekgebouw di Amsterdam.

Outdoor Museum of Fractals / 555Hz si compone di due versioni in studio, una a testa, liberamente ispirate a Riley e ricavate dalle session live in studio per quegli stessi eventi. Con la traccia di Holden, coadiuvato dal musicista che ha studiato composizione e musica indiana, a svilupparsi circolarmente per micro-complessità melodiche per ben 45 minuti di durata. Particolarità del titolo: il riferimento alla trasposizione grafica dei suoi setting alle macchine che, secondo il Nostro, dovrebbero riprodurre un frattale, ovvero un oggetto geometrico che si ripete nella sua forma allo stesso modo su scale diverse.

«Dove Holden domina la tendenza al caos del suo sequencer in un esercizio di ascesi, Abbott è più fisico e lavora di drappeggi», scriviamo in sede di recensione a proposito di due ispirate composizioni che « sbocciano lentamente e inesorabilmente nelle orecchie di chi le ascolta».

The Animal Spirits

Un anno più tardi James Holden torna con una sorpresa per chi non ha prestato attenzione alle collaborazioni world precedentemente attivate, nondimeno questa sarà la sua stoccata definitiva al mondo dell’elettronica legato al ballo e paraggi: un album registrato in un’unica session dal vivo presso i personali studio londinesi (i Sacred Walls) senza overdub né edit che lo vede naturalmente ai synth modulari ma anche, novità, nel ruolo di bandleader di un ensemble di musicisti che comprende Tom Page dei RocketNumberNine (batteria), Etienne Jaumet (sassofono), Marcus Hamblett (cornetta), Liza Bec (ghaïta e flauto dolce) e Lascelle Gordon alle percussioni. Sono gli Animal Spirits il cui omonimo lavoro, condotto dal Nostro a mo’ di novello Mark Ernestus e Moritz Von Oswald, viene dato alle stampe, sempre via Border Community, il 3 novmbre 2017.

La press lo presenta come un’ideale ricongiunzione della trance dance prodotta agli esordi con quella pagana e folk del nuovo corso, mentre di suo il musicista, immortalato nei nuovi press shots con una capigliatura anni ’70, outfit da meccanico (o da tecnico industriale vai a capire) e alle spalle raffinerie Max Max, erbe altissime o muri di fogliame, nomina Don Cherry e Pharoah Sanders come ideali guide spirituali e scherza ancora una volta con le definizioni, appiccando alle nuove musiche la definizione di synth-led folk-trance standards. In pratica i “nuovi classici” riprendono sia le fascinazioni Nord Africane del sopracitato viaggio in Marocco sia l’idea di raga rileyiano dai rimandi prog-rock del precedente The Inheritors trasformandoli in qualcosa di corale, ancestrale, un baccanale decisamente world e anche piuttosto jazz(rock). Tra le fascinazioni a latere: certi King Crimson molto Peter Sinfield, cavalcate Jethro Tull stemperate nell’oppio, fumate di Matching Mole e vaghe arie da hippismo Kevin Ayers style; mettici anche sax vagamente Andy Mackay altezza debut Roxy Music fino a certo jazz rock di Chicago intorno Tortoise. Sono tutte influenze molto subliminali, anche perché quelle contenute nell’album sono free jam guidate dall’irradiante possanza dei synth, qui in dronanza background, lì in circolarità floreali.

Gli Animal Spirits, scriviamo in sede di recensione, sembrano gli Zombie Zombie in versione primitivista (il sassofonista Etienne Jaumet non a caso è membro di quella band), e quest’esordio è in definitiva un disco onesto, fatto senza sovrasturtture o macchinazioni intellettuali, ma anzi pensato proprio con l’urgenza della take 1 (and only take), dell’improvvisazione su canovaccio.

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