Recensioni

Primo album per Benjamin Haggerty senza il supporto dell’amico-produttore Ryan Lewis che, almeno a livello d’immagine, ha sempre fatto fatica a brillare nella coppia. La scelta di prendere strade diverse arriva dalla necessità per entrambi di sperimentare separatamente dopo 9 anni di lavori gomito a gomito in studio, nei video e nella vita di tutti i giorni. Macklemore da sempre vuole essere il rapper della porta accanto, quello ossessionato dal bisogno di essere accettato da tutti, soprattutto all’interno della comunità LGBT e afroamericana, mostrandosi sempre in prima linea per i diritti delle minoranze. Restano famose le scuse fatte a Kendrick Lamar, quando The Heist si aggiudicò il Grammy a sfavore di Good Kid m.a.a.d. City per quella che fu definita la rapina (appunto, “the heist”) della nostra generazione.
Riproponendo ancora una volta un passato di dipendenze costellato da alcol e droghe, Gemini diventa per il rapper un’altra occasione di mostrare come solo dopo aver toccato il fondo si possa rinascere e fare delle debolezze la propria forza («I took my weakness and turned that into a weapon/And when everybody doubted me, I turned that to my leverage», da Ain’t Gonna Die tonight). Macklemore, allo stesso tempo, vive costantemente con il demone dell’addiction, il gemello cattivo – da qui il titolo – con cui combattere un eterno conflitto («I wanna be sober, but I love gettin’ high», da Intentions). Tante le sfide che questa prova solista vuole affrontare, a partire da basi più trap, come accade in Willy Wonka con Offset dei Migos, in How To Play The Flute con l’esplicito richiamo al flauto di Future, in Mask Off, ed ancora in Ten Millions. Poi troviamo i tanti porti sicuri delle precedenti produzioni o quelli che molto prendono da sonorità di altri colleghi (Glorious, Levitate, Church, Good Old Days). Costante di Macklemore è poi la quantità di collaborazioni. Per quanto non esista un numero perfetto di ospiti da coinvolgere, trovarsi un solo brano su sedici senza compartecipazioni può creare qualche problema. In The Heist, la presenza di tanti e variegati ospiti era gradita, ma già nel precedente This Unruly Mess I’ve Made si percepivano le forzature. Da qui la retorica se il rapper fosse effettivamente in grado di sostenere un intero progetto da solo.
Se per Macklemore l’obiettivo dell’uscita in solitaria era mostrare di più di sé, non ha centrato completamente il punto, anzi, ad emergere sembra più la vanagloria, l’aver confezionato la “solita” compilation di sedici brani assolutamente radio friendly.
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