• Mar
    08
    2019

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Memphis Industries

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Ci sono momenti della nostra vita che potrebbero essere spiegati solo attraverso le immagini in movimento di un film. Talmente intensi da non poter essere riassunti a parole, quasi inverosimili. E come un film che scorre davanti ai nostri occhi è la storia che porta fino a noi i Malihini, progetto musicale formato dal romano Giampaolo Speziale e dalla palermitana Federica Caiozzo, che ha già una carriera alle spalle con il nome d’arte Thony (indimenticabile nel ruolo di Antonia in Tutti i santi giorni di Paolo Virzì) e che in una fredda notte romana si imbatte miracolosamente in Giampaolo, complice un autostop. Tra i due nasce subito un’intesa che li lega come coppia prima ancora che come duo artistico; i due, infatti, non vogliono saperne di mettere insieme un progetto condiviso, anche perché si sa, qualche divergenza creativa potrebbe inevitabilmente deflagrare in rottura anche sul piano dei sentimenti. Arriva, però, tempestivamente una crisi emotiva, identitaria. Un viaggio per riorganizzare le idee. Nascono così i Malihini, nuovi arrivati, pellegrini in una terra straniera, quella fatta di idee e suggestioni musicali tutte da scoprire, sia pure per il semplice e ancestrale bisogno di mettere mano a degli strumenti e suonare in giro per il mondo (da qui anche la scelta dell’inglese).

Nel 2017 arriva silenziosamente il primo EP (Lose Everything), una raccolta di quattro brani in cui si piantano i primi semi di un legame artistico che è già lampante sul piano umano, e l’intesa è percepibile a fior di pelle. Hopefully, Again è quindi fin dal titolo un caloroso “bentornati” a sonorità che flirtano insistentemente con il pop senza mai concedersi completamente. Come l’incipt à la MGMT, in cui il dialogo – quasi fosse una seduta di coppia – cominicia a porre le prime domande («Are you happy now?»), ricordando quando per la prima volta ci si è specchiati negli occhi dell’altro (Hopefully, Again), o di come non ci sia mai una vittima e un carnefice ma si condividano entrambi i ruoli contemporaneamente (Delusional Boy); infine, se sia ancora giustificabile riconciliarsi dopo aver toccato il fondo, dopo aver scoperto il lato peggiore di noi stessi. Il tutto veicolato da motivi orecchiabili, leggeri, ora spensierati ora sognanti, a metà strada tra i Phoenix e i Beach House, il cui dolcissimo sconforto emerge potentissimo in Giving Up On Me, probabilmente il miglior brano del lotto, perfetto per spezzare l’album in due pezzi di vetro.

Riprende le fila del discorso Can’t Stand That, miagolio vagamente blues, che apre la strada al metallico cantare di Thony in If U Call. C’è tanta voglia di esplorare, in questo primo affondo lungo, ma anche tanta esperienza immagazzinata negli anni che non vedeva l’ora di esplodere: The Snow e The Afterdays contengono quanto di meglio si sia visto nel panorama dell’indie a stelle e strisce, con qualche concessione di stampo britannico. La chiusa è affidata molto romanticamente alla ballata Song #1, prima composizione assoluta per il duo, che confluisce in una lullaby dal sapore gospel con cui congedarsi temporaneamente dal proprio pubblico. È solo l’inizio, speriamo.

21 Marzo 2019
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