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Partiamo dalla fine. Il terzo lavoro del Management del dolore post-operatorio, il primo ad uscire per La Tempesta con la produzione di Giulio Ragno Favero, si chiude con un brano intitolato Lasciateci divertire, che si potrebbe tranquillamente considerare il testamento ideologico della band lancianese: “non ci capisco niente, non so cosa dire, mi voglio solo divertire”. Se ci fermassimo qui, l’ultima fatica di Luca Romagnoli e soci centrerebbe in pieno l’obiettivo. I Love You è un disco indubbiamente divertito, furioso, con un numero sufficiente di brani da rinfoltire il repertorio per far casino ai concerti, zuppo di quel punk-rock etilico che contraddistingue la band sin dagli albori.

Il fatto è che c’è sempre stato dell’altro, nell’urgenza provocatoria dei MaDeDoPo, nelle loro scorribande distorte, in quelle elegie di autentico disprezzo, talvolta capaci di rendere attuali i prodromi del punk stesso. L’album prende il via proprio da questo approccio, con una Se ti sfigurassero con l’acido tutta acustica, voce e occhi malconci per un amore cristallizzato che cerca riparo dal futuro. Si continua ballando su Scimmie, colorata di inserti funk, wave e citazione di Rino Gaetano. Vieni all’inferno con me e Scrivere un curriculum ci accompagnano al punto di stabilizzazione: oltre a dare un’idea precisa del mood del disco, si ribadisce quel sentimento di intolleranza per le apparenze che imperano e le conoscenze che contano. A questo punto è chiaro che, ancora una volta, l’intento non è solo quello di divertirsi, ma di farlo con i denti digrignanti di chi si sta rivolgendo a obiettivi precisi. Che senso avrebbe, altrimenti, tornare sui fatti delle condanne cattoliche per il preservativo mostrato in diretta dalla band sul palco del concerto del Primo Maggio del 2013, se non quello di rispondere a cotanta ipocrisia?.

C’è sempre stato un livello di ambizione ulteriore nel cazzeggio rumoroso dei cinque, un’espansione nevrastenica e arrabbiata che questa volta sembra concentrarsi però più sulla melodia, piuttosto che sulla rabbia stessa. La lenta, amara Le storie che finiscono male o la ricetta di sopravvivenza in cassa dritta di Per non morire di vecchiaia sono validi esempi, in questo senso.

L’avrei tanto voluto che quella bellezza fosse immortale” cantano i Nostri ne Il mio giovane e libero amore. Ci saremmo accontentati anche solo di riscontrare una minima maturazione nei suoni e nell’irruenza del gruppo. E invece, un po’ come dopo l’exploit dei Zen Circus con Andate tutti affanculo, la sensazione è che sia stata ripulita l’idea complessiva del gruppo, una tirata a lucido di suoni e testi – più lineari i primi e meno sboccati i secondi – con il risultato di rendere tutto molto più prevedibile. Tolta al gruppo quell’inclinazione a dover apparire stronzo per forza, quel che rimane è l’ennesima band indie-rock italiana che, così come Nobraino o Fratelli Calafuria, suona bene, diverte e nulla più.

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