Recensioni

6

“I can’t fight this war anymore / Time to surrender, time to move on”. Siamo abituati a farci spiazzare dalle virate dei Manic Street Preachers, dai loro album spesso diversissimi l’uno dall’altro usciti in oltre vent’anni di onorata carriera, dalla sempre splendida voce di James Dean Bradfield e dalle sortite della lingua biforcuta di Nicky Wire. Mentre molti loro colleghi sono spariti dalla circolazione per poi riformare la band dopo molti anni, loro sono sempre stati tra noi. E l’uscita di un loro nuovo lavoro, come questo Rewind The Film, è ancora a suo modo da considerarsi un evento – specialmente perché il seguito, Futurology, sarà lanciato tra pochi mesi e sarà qualcosa di totalmente diverso, con la promessa di influenze new wave e kraut-rock. I Manics li si perdona anche dopo l’uscita di un album zoppicante come Postcards From A Young Man, cui sono seguiti un’eccellente doppia raccolta di singoli e la ristampa del debutto Generation Terrorists.

Abili da sempre nel mescolare amore e rabbia, energia e malinconia, i tre questa volta consegnano un disco dimesso, segno tangibile del fatto che i tempi sono cambiati e che la generazione ribelle di cui hanno fatto parte ha perso, o almeno teme di aver perso. Parte con una frase lapidaria – “Non voglio che i miei figli crescano come me” – l’opener This Sullen Welsh Heart, con la partecipazione di Lucy Rose: è il momento, dunque, di riavvolgere la pellicola e guardarsi indietro con animo (spesso solo apparentemente) mite, di attingere dal proprio bagaglio di esperienze e dalle proprie influenze. Così, se in Anthem For A Lost Cause (un titolo che è tutto un programma) riemergono i Manics di A Design For Life, in Builder Of Routines si gioca a rievocare i Beach Boys spectoriani di God Only Knows. Della partita è anche l’ex Pulp e Longpigs Richard Hawley, con il calore di una voce che ammalia e conquista nel tripudio d’archi della title-track, così come Cate Le Bon (cui James lascia il campo libero in 4 Lonely Roads).

Rewind The Film è un insieme di frammenti, di riprese che disposte in ordine sparso formano un racconto. Canzoni come parole estratte da un cappello burroughsiano, talvolta grintose (Show Me The Wonder è un felice pop tutto melodia e fiati in primo piano, quasi à-la Divine Comedy) e talvolta depresse (è il caso della marcia funebre As Holy As The Soil), spesso con il gusto immutato per la citazione colta – Manorbier è un cinematico brano strumentale, con tanto di theremin che rievoca il luogo che Giraldus Cambrensis definì “il punto più gradevole del Galles” e in cui una giovane Virginia Woolf e Siegfried Sassoon si recavano per trarre ispirazione per le proprie opere letterarie. Quindici anni dopo Tsunami tornano le suggestioni orientaleggianti nell’elegante (I Miss The) Tokyo Skyline, un potenziale singolo in un album che funziona meglio in modalità “shuffle” piuttosto che nel poco scorrevole ordine originale della sua scaletta: i duetti sono tutti all’inizio, e ci sono troppe ballate acustiche una dopo l’altra che tendono a formare un unicum indistinto.

Le si promuove con riserva, queste dodici canzoni dal gusto dolceamaro che spesso non seducono, se non con ascolti ripetuti. È come se si avvertisse una certa stanchezza nella penna di Nicky Wire, come se alcune tracce stessero qui a fare numero (i Manics hanno relegato al rango di B-side brani più incisivi di alcuni di quelli che troverete qui). Chissà, forse una selezione più accorta dei pezzi migliori di questo episodio e del prossimo, già praticamente pronto, avrebbe giovato. I tempi di The Holy Bible non torneranno più, ma a quanto pare neppure quelli di This Is My Truth, Tell Me Yours – più volte accostato a questo nuovo album durante le interviste. Rewind The Film è un disco un po’ così, di passaggio, a tratti anche un po’ bolso, che riesce a convincere solo in parte.

Amazon
SentireAscoltare

Le più lette