Recensioni

7.4

POE3 IS NOT DEAD è il claim  – ammesso che si possa chiamare così – che raccoglie le ultime tre pubblicazioni di Marco Parente, compreso questo nuovo album a suo nome intitolato LIFE, che rappresenta l’ultima parte della trilogia. Le prime due si chiamano rispettivamente American Buffet, «disco-metraggio» pubblicato a inizio luglio 2020 a nome Buly Pank, e il I passi della cometa – Marco Parente suona Dino Campana, «sound-walking» in forma di EP uscito sempre a luglio. In ognuna di esse ci pare che Parente abbia voluto ampliare lo spettro dei suoni legati al suo immaginario, e che le mentite spoglie del primo e il concept del secondo siano stati un po’ una giustificazione per giocare con le influenze stilistiche: lo-fi, un pizzico di elettronica e di funk, psichedelia, campionamenti di voci, un’attitudine a volte avanguardistica e a volte scherzosa, oltre a tutto il resto.  

Ed eccoci arrivare diretti a questo LIFE, che da un lato ha un peso maggiore e un carattere più formato rispetto agli altri due episodi, e dall’altro ha tutto l’aspetto di un disco che allunga uno sguardo interessato su un Marco Parente quantomeno insolito, soprattutto dal punto di vista delle scelte musicali. Questo è quel che viene in mente, ad esempio, davanti a una Nella giungla che odora del Sufjan Stevens di The Age Of Adz e gioca con le parole senza perdere di vista il senso del testo («Tu sei, tu hai / solo se dai / se dai, tu puoi / solo chi sei / solo un uomo / una brava persona / posso solo attraversare la linea gialla / del mio cuore / nella giungla / del tuo cuore») o magari a una bellissima Ma quand’è che si ricomincia da capo attorcigliata a un contrabbasso vagamente jazz, picchettata da un viavai di suoni sullo sfondo e splendido esempio di tipico testo intimista parentiano.

In Avventura molecolare poi sono gli archi a dare il passo a un brano dai tempi elastici e sformati, con un barlume ritmico trip hop/reggae e inflorescenze armoniche quasi psichedeliche, gli stessi archi che in Vita si inventano un pop orecchiabile ma tutt’altro che banale nei testi («Siamo gli uomini inciampati / sulle torte di compleanno / nei dettagli del tempo / è così che si diventa canaglie / a dispetto del cuore / senza naso che ne fiuti l’odore»). E per una In mezzo al buio che nelle battute iniziali ricorda una Let Down di radioheadiana memoria per poi seguire uno sviluppo tutto suo, idealmente perfetta per quel capolavoro che era il Trasparente uscito nel 2002, c’è una prossemica Lo spazio tra i personaggi governata esclusivamente da contrappunti di violoncello. Tutti brani che inglobano i nuovi stimoli in maniera quasi naturale, osmotica, restituendoceli abilmente riletti da una musica che si dimostra ancora una volta un terreno di scambio decisamente produttivo. 

LIFE è un disco affascinante e da conquistare un po’ alla volta, avanzando minuto dopo minuto, rima dopo rima, dettaglio sonoro dopo dettaglio sonoro: un universo letterario e musicale che sfiora il cantautorato solo di striscio andando in realtà ben oltre e che necessita di tempo e spazio per raccontarsi a dovere. È sempre stata questa la caratteristica di Marco Parente: scrivere musica profondissima e riconoscibile, piacevolmente “storta” ma nutriente, capace di una sensibilità innata e perfetta per farti scoprire una parte di te che nemmeno immaginavi di avere. Fuori dai giri che contano per scelta e per attitudine, lui, un po’ poeta naïf e un po’ rabdomante delle emozioni, pronto ad insegnarti la meraviglia che sta dietro a ogni cosa. Fatene una bella scorta: l’antidoto per tempi duri come quelli in cui stiamo vivendo potrebbe essere semplicemente l’onestà di saperci raccontare per quello che siamo davvero.

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