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7.7

«Non riesco ad attribuire al nuovo CD troppe aspettative, cosa che ho fatto con gli altri lavori. E’ così e tanto basta. Una tavolozza di colori in cui ho messo tutto ciò che mi è capitato negli ultimi due anni […]. E’ trasparente. E’ spogliato. E’ senza paura».

Questo è quanto dichiara al Mucchio Selvaggio Marco Parente in un’intervista del 2002 a proposito del terzo disco pubblicato a suo nome. Parole che sottolineano l’indole trasversale di un lavoro che mastica immaginari agli antipodi come il pop, il rock, il jazz, la canzone d’autore, l’elettronica e persino riferimenti letterari alla beat generation. Una valvola di decompressione finalizzata a soddisfare curiosità musicali rimaste forse inappagate per il concludersi anticipato della storia di quel Consorzio Produttori Indipendenti responsabile della pubblicazione del precedente Testa dì cuore.

Trasparente è l’immancabile reset, la ripartenza obbligata con cui ognuno, prima o poi nella vita, deve fare i conti. Un evento che, nello specifico, significa scendere a patti con la modernità aliena di un Manuel Agnelli che in quel momento è sulla cresta dell’onda sia come musicista (dopo il successo di Hai paura del buio? con i suoi Afterhours), sia come figura di riferimento per l’indie nostrano (responsabile dell’organizzazione del Tora Tora Festival), sia come produttore (già al lavoro con i Massimo Volume di Club Privè, i Verdena di Solo un grande sasso e la Cristina Donà di Tregua e Nido). Il disco è un salto nel vuoto: la complessità della poetica di Parente eterodiretta dall’agilità estetica (rock) del front man degli Afterhours. Il binomio tuttavia funziona, con il milanese a ricoprire il ruolo di un supervisore artistico interessato a sfrondare il songwriting, spogliandolo delle inflorescenze tipiche e di quegli arrangiamenti corposi che il successivo L’attuale Jungla sceglierà invece di esaltare, seppur in dimensione live. L’obiettivo è scovare la sostanza dietro lo stile, plasmarla senza stravolgerla, facendola suonare accessibile e in interazione dinamica con contesti formali aperti e “irrisolti”.

Il risultato è un suono sfuggente in cui si riconosce il peso enorme dei Radiohead di Ok Computer e The Bends (presenti un po’ in tutto il disco, ma in particolare in Farfalla pensante e in una Come un coltello che riporta direttamente a Exit Music (For A Film)) ma anche l’amore di Parente per il jazz (il fiati in stile Gil Evans della splendida Davvero Trasparente e la big band di Adam ha salvato Molly), un’attitudine pop rotonda (La mia rivoluzione) ma anche la spinta verso un rock sui generis (le chitarre di Paolo Benvegnù e le disarmonie ai fiati che raccontano gli spigoli di Scolpisciguerra), oltre a una dance disturbante che rappresenta forse il limite più estremo di tutto il viaggio (il poeta beat Lawrence Ferlinghetti rielaborato dal programming di Fuck (he)art & let’s dance).

In mezzo a una musica nervosa e docile al tempo stesso, dalle mille anime ma chissà come credibile, emerge la personalità di un Marco Parente incapace di staccarsi da una concezione dell’arte totale e alta, disarmante e genuina. «E’ il bluff di non esistere / scoprire l’assenza di te che passi / senza macchia ma senza vita / cosa sto aspettando / a vivere così / come siamo davvero?» si canta nel brano conclusivo del disco: ci può essere dichiarazione di intenti più eloquente?

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