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Entra in scena aiutandosi col bastone da passeggio a causa della rottura dell’anca risalente a giugno scorso, passa buona parte del tempo cantando seduta su una poltrona, chiede anche un soprabito e altri aiuti agli assistenti, in più sul finale la band esce lasciandola sola sul palco, da cui si allontana lentamente e sempre col bastone: se Fazio e il suo regista erano stati gentlemen nel tagliare l’entrata e l’uscita di scena (ma il bastone l’aveva anche in tv), il piccolo e bellissimo Teatro del Giglio non risparmia nulla, e una volta tanto “teatro” significa “realtà senza filtri”, e non “finzione”.
Detto così sembra il triste spettacolo di un’icona che arranca sulle ultime battute di carriera, ma è in queste difficoltà che “si parrà la tua nobilitate”, come diceva l’Alighieri (di cui la Nostra recitava versi in apertura di A Secret Life, peraltro), ed è qui che la cantante dimostra per l’ennesima volta di che tempra è fatta (non si sopravvive ai suoi ’60 e ’70 per caso) e che la classe è classe e permette anche di portare in scena con disinvoltura gli acciacchi, nonché di concedersi un self-deprecating humour nei dialoghi col pubblico. Così che alla fine le ferite diventano trofei e la poltrona sembra un trono la cui occupante non ha perso nulla della sua regalità.
Il quartetto di scudieri che l’accompagna sfoggia Ed Harcourt in persona alle tastiere e alla direzione musicale, quest’ultimo presente, come del resto il batterista Rob Ellis, anche nel recente, ispirato, Give My Love To London: non a caso, visto che la scaletta segue il canovaccio “ultimo disco + qualche classico”, e l’impasto sonoro è quello, tra il Nick Cave che ha scritto parte delle canzoni dell’album e quella scena che dal deserto Giant Sand/Calexico passa per la Londra del clan harveyano (sia Mick, sia PJ) e arriva alla Sicilia di Basile e amici, portando con se anche un po’ del vintage dei dischi con Hal Wilner.
La scaletta, come detto, non segue proprio tutto il suo percorso, anche se la Nostra annuncia di voler suonare brani poco bazzicati (e lo fa) da una carriera che quest’anno suona il cinquantesimo; ma il gruppo, oltre a rendere il fuoco che anima l’ultimo album anche senza un violino che ci sarebbe stato benissimo, si mostra duttile sia quando si arriva a quello che la cantante definisce il “sixties corner” (durante il quale, oltre alla miliare As Tears Go By, si ripesca la lontanissima Come And Stay With Me), sia nel condurre un’intensa Sister Morphine verso un medley con Late Vicorian Holocaust (il momento più alto del concerto), sia nelle tappe dedicate al classico Broken English (benché The Ballad Of Lucy Jordan abbandoni le caratteristiche vibrazioni dell’originale) e dal quale, oltre a una rockeggiante title track, la Faithfull esegue anche un’inattesa The Witches Song.
Tutto fluisce come deve, l’intensità dell’interpretazione vocale riscatta anche un paio di canzoni in cui la voce accusa difficoltà, e la tensione non cala neanche con le occasionali lunghe presentazioni dei brani, fino al finale con un altro ripescaggio davvero inatteso, la Who Will Take My Dreams Away? scritta da Badalamenti per il film La città dei bambini perduti di Jeunet e Caro, dopo la quale – e dopo gli inchini e i saluti dei cinque – i musicisti abbandonano il palco, lasciando la cantante sola ad uscire col bastone. Anche qui, sembra un finale goffamente sbagliato e invece è l’occasione per una passerella di applausi, specialmente quando, voltandosi per l’ultima volta prima di uscire, il bastone lo alza trionfante, a ribadire quanto già detto su come si possa reagire alle avversità con esperienza e carisma.
È la giusta conclusione di una serata che dice che se la salute fisica talvolta vacilla, quella artistica rimane invece smagliante. Il fatto che il commento più frequente nel post concerto fosse il rammarico per l’assenza di canzoni da Before The Poison (ma è il destino dei dischi intermedi dei cantanti storici: unica eccezione stasera, la Marathon Kisses di Lanois da Vagabond Ways), sottolinea l’intelligenza dimostrata nel collaborare con musicisti recenti: d’altronde è noto che il talento per cogliere luoghi e scene interessanti in cui andare a cercare ispirazione e collaboratori, la Faithfull lo ha avuto sempre (basta ricordarsi di come e con chi ha esordito) e se con quel disco e con l’ultimo si è ad esempio conquistata un posto nel cuore di tanti fan di Nick Cave, in generale ha saputo sfruttarlo proficuamente per costruirsi un’identità artistica vera da portare in giro al posto dell’icona di una superstite della Swinging London.
E forse è questo che il pubblico, oltre all’apprezzamento per la musica, le ha tributato: un meritatissimo rispetto.
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