• ott
    05
    2018

Album

Ninja Tune

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È da poco partito il beat di Naïve To The Bone, uno dei brani chiave di Adieux Au Dancefloor (2016), quando Marie Davidson fulmina il tecnico del suono con uno sguardo e sbraita:«Less delay on the vocals. I want them straight!» Il suo set del 4 ottobre allo storico locale techno-goth londinese Electrowerkz coincide con l’uscita del nuovo album Working Class Woman, il suo primo per l’etichetta Ninja Tune. Per questo party di lancio dell’album la musicista di Montreal ha in serbo una sequela di micidiali tirate techno, ma sono le sue istrioniche, balzane interpretazioni dei nuovi sproloqui su base EBM/electro a determinare il carattere della serata. Davidson, in gonna scozzese stile scolara e top nero stampato, si divide tra il mixer e il microfono, alternando alla rituale compostezza della producer di elettronica l’esuberanza di una vera e propria mattatrice. «It’s true, I ask a lot of questions», recita. Non sorprende che Davidson voglia i suoi vocals «straight»: il piglio dissacrante e ambiguo dei suoi spoken word è il cuore pulsante di Working Class Woman.

Laddove in Adieu Au Dancefloor Davidson sviscerava un personale momento di crisi nel suo rapporto con l’escapismo della club culture, uno stallo descritto attraverso analogie di stampo romantico, in Working Class Woman Davidson si concentra sulle ripercussioni professionali e psicologiche della sua vita passata nei club. Complice un lungo periodo di tour in solitaria e in coppia col marito nel duo Essaie Pas, l’album riflette con brutale onestà sui ritmi psico-fisici del musicista on the road, attivo e reperibile 24/7, guardando con caustico distacco all’idealizzato immaginario sensuale e psichedelico del club. Facendo d’introspezione e satira le sue armi principali, Davidson si barcamena tra un insistito egocentrismo e un’audace, canzonatoria messa a nudo del suo pubblico, catturando momenti di attrito tra carrierismo e spossatezza, tra il desiderio (o necessità?) di guadagnarsi l’assenso e la stima della folla e la tentazione di alzare gli occhi al cielo e chiudere il set una mezzora prima del previsto per recuperare un po’ di sonno. Dal vivo, tanto quanto su disco, l’impressione è che Davidson voglia divertirsi con noi e al contempo alle nostre spalle.

Il brano Your Biggest Fan, in apertura, cavalca l’onda di questa dinamica, accostando a una recalcitrante base minimal wave/industrial à la Chris & Cosey una sequenza di frammenti di casuali conversazioni tra l’artista e il suo pubblico. Riportando i commenti «I love your music» e «I’m sorry I missed your set, I heard it was amazing», Davidson enfatizza le parole “love” e “amazing”, strascicandone le vocali: questi animali da club incuriositi dal suo personaggio ci vengono presentati come, nella migliore delle ipotesi, inebriati, nella peggiore vacui e tendenzialmente ottusi. Quando Davidson riporta il tentativo di qualcuno nel paragonarla ad altri («You kind of remind me of…»), si lancia in un’esilarante sbottata glossolalica, seguita da un colpo di tosse e una piccola scarica noise: lo small talk da locale, dal punto di vista dell’artista, ci viene dipinto come un’irritante sequenza di luoghi comuni. «Marie Davidson: what a bitch!», sussurra in sottofondo, quasi a voler stemperare il cinismo alla base della sua impresa etnografica. Il singolo So Right si presta alla stessa chiave di lettura. Qui Davidson imbastisce un freddo numero synth-pop, trascinato da incalzanti e precise percussioni, mentre le sue melodiose linee vocali evocano uno sciatto europop, esasperando la genericità del messaggio: «The music is so nice / I feel like I could die happy»! Dal vivo Davidson fa appello alla nostra autoironia, chiedendoci se ci sentiamo eccitati a sufficienza da apprezzare la carica erotica (che erotica non è) del brano. I suoi sussurri «Conceptual, sexual, tell me are you conceptual?» scatenano l’ilarità generale, un po’ alla maniera degli estemporanei, satirici karaoke nei live di Jenny Hval. Mentre Hval mira a sovvertire il sentimentalismo della canzone d’amore pop, Davidson declina l’edonismo e la sensualità del dancefloor nella maniera più imbarazzante e goffa possibile. Goffaggine e critica vanno di pari passo anche nell’indelebile saggio di faux-life coaching Work It, in cui Davidson ci chiede «Is sweat dripping down your balls?», mettendoci a confronto con la sua dichiarata sindrome da Workaholic Paranoid Bitch (il titolo di uno dei più implacabili brani techno del disco, assieme a Lara). Nel prendere di mira una malsana, pervasiva etica del lavoro… flessibile e precario, Work It, con i suoi synth d’acciaio e kick drum multistrato, sembra al contempo voler musicare un passaggio di Maurizio Lazzarato e parodiare il peana consumista di Britney Spears, Work Bitch. «Winners work it good / Sweat, sweat to be a winner» conclude dopo aver alluso all’unica etica del lavoro che conta, quella della preservazione del sé.

L’autoconservazione è proprio l’altro lato della medaglia in Working Class Woman. Nell’assordante The Tunnel (grande assente dal concerto londinese) Davidson si avventura in territorio power electronics, recitando in inglese e in francese un claustrofobico poema in cui si immagina strisciante in un tunnel cosparso di vetro. «The tunnel, the tunnel, what a funny thing to be stuck in a tunnel», declama alludendo con molta probabilità a una morsa depressiva. L’interpretazione di Davidson punta di nuovo all’esagerazione, ma qui, accompagnati da rimbombanti scariche di rumore, i suoi gemiti e sussulti finiscono per commuovere più che estraniare. Similarmente in The Psychologist, pur calati in un contesto electro, gli ossessivi vocals («You’re crazy», «You like it when it’s over the top») si fanno prendere sul serio, alludendo alla vulnerabilità del paziente di fronte all’esperto («I am the psychologist», «I am going to show you some pictures», recita la voce di un amico di Davidson nel ruolo dello psicologo). In Day Dreaming, assieme a La chambre intérieure il momento in cui il disco più si allontana dal dancefloor, eteree melodie synth si accompagnano ai disarmanti versi «When you’re alone you’re alone / few years to live then you’re gone».

Pur attingendo a un campionario sonoro già ampiamente esplorato nella discografia dell’artista canadese, il genio di Working Class Woman risiede proprio in questi anomali cambi di tono e prospettiva. Assieme a esilaranti provocazioni e prese di distanza dagli edonistici, vacui chiacchiericci del dancefloor, Working Class Woman ci consegna una Davidson che nella musica dance (e nei club) continua a trovare uno spazio per singolari e affascinanti confessioni e autoriflessioni. Nel prendersi gioco di noi, paradossalmente, Davidson ci trasforma in ascoltatori più empatici.

7 Ottobre 2018
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