Recensioni

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Per chi scrive gli Essaie Pas sono stati una delle più belle sorprese del 2016, con la loro synthwave cupa, fumosa e disturbante espressa al meglio nell’album Demain Est Une Autre Nuit uscito per DFA e da poco accompagnato anche da una raccolta di relativi remix, firmati tra gli altri dagli Orphx, da Johnny Hostile (Savages), Antoni Maiovvi di Giallo Disco Records e Function. A rimarcare un periodo particolarmente fervido, Marie Davidson ha pubblicato anche il suo terzo full length in proprio, che fa così seguito a un primo EP omonimo e ai due precedenti dischi sulla lunga distanza, il già interessante Perte d’Identité (Shaky Leg era un singolo infettivo, dal potenziale persino radiofonico) e Un Autre Voyage, marchiato da influenze cinematografiche.

Da sempre in equilibrio tra avanguardia, pop e spoken word, la musicista canadese – qui del tutto autonoma nel comporre e produrre – persegue in realtà più o meno le stesse rotte solcate con il duo che condivide con Pierre Guerineau. Dunque, abbiamo a che fare con battiti elettronici e synth analogici dal mood prevalentemente dark, dalla fattura parimenti algida e conturbante. Come intuibile dal titolo, ovviamente ironico, Adieux Au Dancefloor scandaglia però maggiormente gli scenari da pista, ricorrendo spesso a spigoli techno, a lunghe digressioni dai bpm sostenuti.

I Dedicate My Life, in apertura, parla già chiaro al riguardo: incalzante, ossessiva. Interfaces è in pratica uno strumentale che ipotizza il ballo nelle tenebre e Inferno è tutta un programma, ma non mancano episodi che riescono a preservare abilità narrativa persino in queste vesti sonore così fisiche, un po’ come fatto in ambito hip hop da Kate Tempest: Naive To The Bone conquista con il suo parlato su groove notturno, Good Vibes (Mocking Bird) avvince dalla prima all’ultima frase, la title track gioca col sorriso sulle labbra collegandosi agli anni 80 e agli spettri della chansòn.

Da una parte la memoria di maestri di culto come John Carpenter e più in generale delle soundtrack di genere, dall’altra la capacità di mettersi in linea con nomi del presente contrassegnati da un sound per certi versi “violento” come Clark o Andy Stott. Minimale e di certo non originale in toto, il lavoro si destreggia ad ogni modo molto bene fra i suoi numerosi riferimenti e conta sul valore aggiunto di un’interprete a suo agio sia con la lingua inglese che francese, in conclusione magnetica e di classe persino nel cimentarsi dichiaratamente con la club culture.  Au revoir sur dancefloor.

 

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