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Nonostante una lunga e innovativa (a suo modo) carriera teatrale, Il sindaco del Rione Sanità è la prima opera di Eduardo De Filippo su cui Mario Martone ha messo gli occhi. L’occasione perfetta è arrivata nel gennaio del 2017, quando in un piccolo teatro di Napoli s’è ritrovato spettatore di una compagnia che era «molto simile a quelle che ho formato negli anni Ottanta» (come ha dichiarato in una nota stampa, facendo riferimento a Falso Movimento e Teatri Uniti). Capitanato da Francesco di Leva, il Nest è stato poi preso sotto le cure di Martone e nel giro di pochi mesi ha portato in scena il testo di De Filippo, in una rivisitazione di contesto che ha destato molti apprezzamenti (e premi) ma anche qualche dubbio: lo spostamento dell’ambientazione nella Napoli contemporanea, all’interno della realtà barocca delle famiglie della camorra, non poteva che essere considerato un passo molto coraggioso, anche perché la base non solo è un’opera molto conosciuta ma, come le altre, è nata per essere a immagine e somiglianza del grande artista partenopeo.

Dopo aver chiuso la sua ideale trilogia sulla storia italiana (Noi credevamo, Il giovane favoloso e Capri Revolution), Martone ha deciso di portare in concorso alla Mostra di Venezia la versione cinematografica dello spettacolo teatrale ideato con il Nest, spinto dalle capacità attrattive della sua “traduzione” e convinto di poter portare il teatro di De Filippo specialmente alle nuove generazioni. Più simile nell’intento al Carnage di Polanski (permetteteci il paragone azzardato) che alle precedenti trasposizione televisive del testo (le più famose sono le due realizzate dalla Rai, entrambe con De Filippo protagonista), Il sindaco del Rione Sanità non è “teatro filmato” come molti amano dire, ma l’unico modo possibile di far riecheggiare la potenza drammaturgica del testo teatrale attraverso il mezzo cinematografico. Quello che appare sullo schermo è infatti totalmente cinema. È il montaggio a essere il vero elemento inedito, strumento ideale per riempire i vuoti della tipica struttura ad atti (tre in totale) e donare dinamicità alle famose unità aristoteliche (tempo e spazio) di cui il teatro gode da millenni.

Se già il ripensamento del ruolo del Sindaco accomuna la visione di Martone a un certo tipo di racconto (per intenderci, quello che si rifà alla cronaca di Roberto Saviano), l’uso frequente della camera a mano e il cambio continuo dei punti di vista permettono al film di “completarsi” e ricollegarsi a quell’immaginario cine-televisivo che continua a godere di un’enorme e salda presa sul pubblico contemporaneo: dall’estetica de La paranza dei bambini di Claudio Giovannesi alle serie dedicate a Gomorra Suburra (aspettando l’annunciata ZeroZeroZero).

Il problema principale de Il sindaco del Rione Sanità (cinema edition) sta forse nel suo non poter osare mai, costretto com’è dalla rigidità del testo originario. Così l’attenzione ritorna sugli attori (splendidi, con nota speciale per Di Leva) e sulle “stranezze” della rivisitazione, caratterizzata anche da una colonna sonora studiata ad hoc (l’hip-hop napoletano di Ralph P). I dubbi di chi aveva visto lo spettacolo a teatro non possono che essere gli stessi di quelli che vedranno la nuova versione (grazie ad un evento speciale di Nexo Digital, il 30 settembre, 1 e 2 ottobre prossimi): uno fra tutti, l’incompatibilità tra la saggezza imperitura di certe battute di De Filippo con la giovane età e la diversa estrazione sociale del nuovo Sindaco.

30 Agosto 2019
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