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Claudio Giovannesi ha 40 anni e se in Italia sei un regista e hai quell’età praticamente sei considerato un esordiente, il nuovo che avanza, se poi prendi di petto anche un cinema impegnato socialmente (e in grado di affrontare temi di un’importanza fondamentale nel panorama della cronaca contemporanea) rischi subito di essere etichettato come autore difficile, utile a soddisfare i palati di un certo pubblico d’essai e fine della storia. Ciò che in molti non sanno, invece, è che probabilmente Giovannesi è uno dei migliori cineasti italiani al giorno d’oggi; laureato prima in Lettere e poi in Regia al Centro Sperimentale di Roma, collabora con la redazione di Blob ed esordisce a 31 anni con La casa sulle nuvole, che già illustrava quei temi che da lì in poi avrebbero condito i suoi lavori successivi: in primis le radici (famigliari, culturali, sociali), da sempre uno scoglio importante per i suoi personaggi, o ancora l’abilità nel modellare una materia che non sfigurerebbe nel genere documentaristico, quest’ultimo affrontato direttamente con Fratelli d’Italia (che riceve numerosi riconoscimenti). La notorietà arriva tre anni più tardi con Alì ha gli occhi azzurri, con cui Giovannesi affronta il tema – più che ricorrente in questi giorni – dell’integrazione tra figli di immigrati e popolazione italiana, con un’attenzione maggiormente riposta alle difficoltà di chi oggi è adolescente e di come si possa perdere facilmente la nozione del termine umanità. Con Fiore arriva l’approdo a Cannes, nella prestigiosa Quinzaine des Réalisateurs, uno speciale Nastro d’Argento e il plauso generale della critica, con aperte anche le porte del piccolo schermo (la regia di due episodi di Gomorra – La serie).

Non poteva quindi esserci candidato migliore per la regia de La paranza dei bambini, tratto dall’omonimo romanzo di Roberto Saviano, co-sceneggiatore insieme allo stesso Giovannesi e a Maurizio Braucci, con cui arriva anche l’esordio – in concorso – al Festival di Berlino. Dopo quindi il successo planetario di Gomorra, la successiva serializzazione del prodotto, gli straordinari risultati ottenuti da L’amica geniale (che ha suscitato l’interesse di un colosso come la HBO) e l’annunciato arrivo della serie ZeroZeroZero (ancora Saviano), è indubbio che certi angosciosi fatti di cronaca (localizzati nel contesto geo-sociale del rione napoletano) raccolgano curiosità e interesse, così come è sempre più auspicabile l’arrivo di prodotti simili che mettano l’accento e pongano la loro attenzione su quello che non è un problema isolato, ma è una piaga dilagante, che dalle giovani generazioni viene scambiata sempre più spesso come modello di vita accettabile. Quella di Nicola, Tyson, Biscottino, Lollipop, O’Russ e Briatò è un’epopea criminale innescata dall’assenza tangibile di ogni tipo di istituzione. Questa assenza li costringe inconsapevolmente a cercare un modello di riferimento nell’unico disponibile a pochi passi dalle loro case: la criminalità organizzata, ormai così stratificata e radicalizzata da abbracciare qualsiasi tipo di ambiente e settore.

Chiaramente debitore verso il cinema di Matteo Garrone – impossibile non pensare alla sequenza sulla spiaggia in Gomorra alla prima sparatoria del gruppetto in cima al palazzo, coperti dal frastuono dei fuochi d’artificio – Giovannesi non ha timore del confronto, anzi la sua ambizione si spinge ancora oltre: perché ne La paranza dei bambini non ritroviamo solo il miglior cinema d’impegno sociale capace di coniugare una certa urgenza di stampo rosiano (Le mani sulla città) a una sottile indagine su come il concetto di omertà abbia cambiato conformazione per trasformarsi in qualcosa di ancora più temibile (A ciascuno il suo di Petri fino all’ultimo Dogman ancora di Garrone), ma abbraccia anche la tradizione del gangster movie, con il suo carico di poesia e la perfetta articolazione di una morale largamente condivisibile, anche se spietatissima (con la mente si torna dunque all’epopea leoniana di C’era una volta in America).

Aiutato dalla fotografia del solito (bravissimo) Daniele Ciprì, Giovannesi è abilissimo nel delineare un mondo in cui la speranza non è parte integrante dell’equazione, ma in cui non è mai possibile rinunciare a un sottotesto poetico, a una serie di immagini che prima ancora che negli occhi dello spettatore sublimano in quelli del protagonista, non facendoci mai dimenticare tutto quello a cui si rinuncia quando si rincorrono falsi ideali e del pericolo che si corre quando non siamo nemmeno in grado di riconoscerli come tali.

14 Febbraio 2019
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