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7.6

«Non posso più ascoltare Gene Clark senza di te». La prima volta che ho sentito questo verso sussurrato dalla voce spossata di Marissa Nadler ho pensato che quella confessione potesse valere tutta una vita. D’amore quantomeno. Perché precise e determinate sono le cose che non riusciamo più a fare da quando qualcuno se ne va. Che sia metter su il disco dell’uomo triste del Missouri o mangiare un pezzo di torta in quel preciso caffè, tenere a mente il chilometraggio di una vecchia auto, la nostra memoria conserva e riordina una soggettiva impossibilità a ripetere alcuni gesti. Non si può sfuggire all’ombra della rottura e si è costretti a scaricare un artista preferito, riflesso e ferita di una separazione e dei piccoli grandi dolori cronici che persistono ad essa. Le vertigini che mi regala il canto di Marissa sono le stesse che potrebbero rivivere nel racconto di un amico caro, spalla a spalla, con la voce rotta dal dolore di un ricordo autocensurato. Perché va detto subito, sono i ricordi che perseguitano For My Crimes, ottava creazione della cantautrice di Boston.

In un mondo pieno di profondità, energia grezza e forza intimista gli undici brani sognanti e inquieti brillano di malinconia gotica, di frantumata urgenza. Sono canzoni popolari perfettamente incorniciate che creano l’eco spettrale di una relazione che crolla, non perché l’amore è scomparso, ma che le circostanze esterne hanno reso impossibile. Nadler, dopo aver sperimentato ogni grado possibile del dream-folk di scuola americana fino a toccare una soffusa disperazione goth, è pronta a tracciare la mappa di un’emotività sofisticata ma non per questo falsata, in cui senso di colpa, autocommiserazione, speranza e disperazione sembrano poter convivere senza vergogna. For My Crimes esplora una relazione che va in pezzi – il comunicato stampa afferma che «l’amore potrebbe non essere sufficiente per tenere insieme due persone attraverso distanze e bisogni diversi», con arrangiamenti lievemente meno spogli rispetto ai lavori precedenti. La musicista trasporta cinematograficamente la dissoluzione del rapporto attraverso gli occhi di un condannato a morte, ora nel braccio della morte.

L’intimità abbonda, nelle undici tracce di culti e perdite, che sembrano giocare con sguardo quasi voyeuristico all’interno dei meccanismi del processo creativo dell’autrice. Su un letto di archi infestati e chitarre fingerpicking la title track si apre con una placida confessione: «Ho fatto cose terribili, per favore non ricordarti di me per i miei crimini». Armonizzando con la voce lontana e spettrale di Angel Olsen – cameo che si aggiunge a quelli di Sharon Van Etten e Kristin Kontrol delle Dum Dum Girls – e il violoncello spettrale di Janel Leppin, Nadler ripete insistentemente quel verso, come se fosse un’ultima volontà, un testamento. La prosa pittoresca della trentasettenne vive tutta nella fiducia ritrovata, ora che il mondo onirico e cupo è diventato un marchio di eccellenza e non solo una turbolenza sonora di passaggio. Marissa Nadler può sfruttare una voce maestosa, oltre alla completa padronanza della strumentazione, per realizzare il suo disco più potente fino a oggi. Un ascolto riflessivo e travagliato in cui l’incontro di archi e chitarre fa risaltare la semplicità oscura e lamentosa di Interlocking. E se in Are You Really Going To Move To The South? la musicista contempla i profumi e i gusti di un amante che l’ha ormai abbandonata con un coro straziante e nostalgico, Blue Vapor, con quella strimpellata ipnotica, cristallizza un’idea di accettazione senza mai chiudere una porta sul vecchio amore. Non può tornare indietro Marissa, né fermare l’inesorabile marcia del tempo e della vita: «non importa quello che dici, mi sto trasformando in vapore e ossa».

C’è come un senso di minaccia costante anche nei momenti più leggeri del disco, come quando, immersi nella pura bellezza dei brani e cullati dal distillato vocale più gratificante che esista, si resta immobili, avvolti dal travaglio emotivo di chi ha toccato le bocche dell’inferno e vorrebbe raccontarti che anche quello è un pezzo importante d’amore. For My Crimes riesce a filtrare un’energia femminile forte e distinta, lontana dalla provocazione forzata; facendo propria una magistrale narrazione della Donna, della folk-singer non più vista solo come voce e chitarra, Nadler sfida ancora categorie e aspettative. E vince. Che siano ricordi, stimoli sensoriali o pochi secondi di una canzone, il viaggio emozionale compiuto in For My Crimes resta reale. Elaborato, congelato, superato, per sempre e ovunque.

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