Recensioni

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È sorprendente l’effetto terapeutico che si ha guardando Don’t Go Gentle: A Film About IDLES, il risultato di poter tornare a vedere immagini di un live, di una folla che si riunisce per ascoltare i propri idoli, o semplicemente riassaporare l’idea di una comunità che finalmente si ritrova e si supporta reciprocamente. Di questo parla il bel documentario di Mark Archer, prima ancora che restituire un resoconto completo del background socio-politico in cui ha mosso i primi passi una delle band più apprezzate degli ultimi quattro anni: gli IDLES. Tre album in quattro anni appunto, più un live registrato nel 2018 al Bataclan e pubblicato l’anno successivo per questi ragazzi che piuttosto rapidamente sono stati letteralmente strappati dalla scena di Bristol in cui hanno scritto e realizzato le prime canzoni, nonché svariati concerti, per essere catapultati alla ribalta internazionale e al plauso – praticamente – di tutta la critica specializzata (noi compresi).

Archer, intelligentemente, non si sofferma sul pedissequo resoconto di eventi ed episodi che hanno portato la band al successo (ancora in continuo divenire e non del tutto definitivo, vista la giovane storia del gruppo), ma al contrario cerca di intercettare un contesto ben preciso sul quale argomentare tutta la narrazione. L’elemento scatenante sono i disordini di Londra del 2011, conseguenza di una rabbia troppo spesso rispedita al mittente da parte delle istituzioni per mezzo delle forze dell’ordine. Da quel momento in poi è stata tutta una conseguenza. Prendono quindi la parola i vari componenti della band: dal leader Joe Talbot a Adam Devonshire, da Mark Bowen a Jon Beavis e Lee Kiernan, passando per Andy Stewart che ha lasciato gli IDLES in seguito a uno stress emotivo non indifferente. Comunità e senso di perdita sono viste da Archer come due facce della stessa medaglia capaci nei casi peggiori di rivoltarsi l’una con l’altra a corrente alternata; proprio per questo lo stare insieme, il condividere i momenti privati all’interno del gruppo è considerato fondamentale per mantenere un equilibrio mentale: lo stesso Talbot si lamenta del fatto di aver diviso nettamente la sua vita privata da quella della band a inizio carriera, una scelta di cui si dice pentito e che non rifarebbe. Gli IDLES sono la sua famiglia, quindi sono anche la sua vita privata, segnata dalla perdita di una figlia appena nata e dall’alcolismo.

Alle attività della band si riallacciano quindi le associazioni dei fan più fedeli (come la AF Gang), ma anche associazioni benefiche specializzate nella salute mentale dei musicisti, con gli IDLES sempre in prima fila nel sostenere o supportare chiunque, dimostrando un senso per la comunità invidiabile e che in questo infausto e ultimo anno siamo stati costretti ad abbandonare repentinamente ma di cui già non vediamo l’ora di recuperare. Nonostante la giovane età e la carriera appena iniziata, è sorprendente come ciascun componente della band si trovi a parlare alla macchina da presa con una propensione agli eventi della vita già navigata, frutto sicuramente dell’enorme bagaglio di esperienze accumulate in questi ultimi anni. L’unico che forse esula da questa componente un po’ più riflessiva è Bowen, con quel suo atteggiamento che ricorda, come anche nel look, il mitico e problematico Begbie di Trainspotting. Felix White dei The Maccabees riassume in poche parole l’intimità raggiunta dal gruppo affermando come allo stesso modo in cui si scambiano battute possono anche umiliarsi reciprocamente, senza per questo litigare o sciogliersi. Ancora una volta torna potente il concetto di comunità… quale sinonimo migliore per quello di band? Gli IDLES hanno un grande futuro che li aspetta.

Don’t Go Gentle: A Film About IDLES viene presentato per la prima volta in Italia il 19 febbraio 2021 in esclusiva per il Seeyousound festival.

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