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7.4

Il compositore John Cage una volta affermò in un’intervista che la sua opera è intesa come «dimostrazione di vita». L’arte tenta costantemente di rincorrere questa condizione, ma poche volte gli elementi si allineano in prospettiva e consegnano qualcosa di significativo ai contemporanei e ai posteri. Partiamo da lontano, da un cambio di decennio importante. La crisi economica, il lancio di Instagram, l’inizio della Primavera araba e quello del governo Cameron nel Regno Unito; fenomeni che, nel bene e nel male, ci stanno ancora condizionando. Una decina di anni fa il museo di Bristol infilava numeri da record grazie a una mostra di Banksy e, in quella stessa cittadina, alcuni ragazzi provenienti da vari luoghi dell’isola incrociavano le proprie vite e le facevano convogliare in una frenesia declinata in dj set, la gestione di un pub e un gruppo musicale che sarebbe rimasto “dannatamente terribile” per un bel po’.

Gli Idles hanno il giusto senso dell’umorismo e la serena e sincera umiltà di riconoscere che prima di Brutalism c’è voluto tempo per trovare un’identità, un suono. Quello che sin da subito ha accomunato il quintetto si nasconde nella comunione d’intenti: l’importanza di ricevere e condividere amore, quella di essere incazzati per quanto il mondo attorno faccia schifo. Forse il reparto A&R della Partisan ha carpito l’intesa condivisa al primo ascolto dell’Ep Meat, uscito nel 2015 come autoproduzione. Erano passati tre anni dall’esordio assoluto con Welcome, pubblicato nel 2012. Tre anni di distanza, un intervallo mai più così lungo tra un’uscita e l’altra per la band. Infatti, calendario alla mano, Talbot e compagni sono stacanovisti inarrestabili: pubblicano il primo Lp nel 2017, l’anno successivo raggiungono il quinto posto della classifica degli album più venduti nel Regno Unito con Joy as an Act of Resistance, fermano la loro potenza live in A Beautiful Thing: Idles Live at le Bataclan nel 2019 ed eccoli ora con Ultra Mono, il loro picco artistico.

Qualche settimana fa Mark Bowen ci ha svelato la ricetta che sta dietro il terzo disco della band, ribadendo anche l’importanza che l’hip hop e il grime hanno avuto nella tessitura dei brani. La verità è che gli Idles hanno pubblicato il loro album migliore, quello che ne racchiude il sound più cristallino e che descrive con parole mai così affilate il presente. War mette in chiaro tutto: prendere o lasciare, con la consapevolezza che siamo in trincea e lottare è più un’esigenza che una scelta. Le ritmiche spartane, le chitarre incandescenti e i bassi profondi come non mai riescono a stento a contenere la furia di Talbot, ma lo fanno, e il segreto del disco sta tutto qui. Più precisamente, in quel furore controllato che mescola violenza e poesia.

L’essenzialità di Modern Village, radiografia impeccabile del Regno Unito post-Brexit, e la linearità di Mr. Motivator, con la sfilza di personaggi citati, sono fondamenta su cui poggia la geometria di Grounds, l’incedere marziale di Kill Them With Kindness e le urla lancinanti che in Reigno sfiorano le lande dell’industrial nosie. Agli Idles riesce benissimo, con la stessa naturalezza che sta dietro un “fuck you” cantato con melodica nonchalance o l’urlo rabbioso che ci conforta perché il vero amore alla fine ci troverà. Ultra Mono è anche quella sensazione di benessere che scaturisce dall’affermazione di sé, e non a caso termina con  un verso semplice ed efficace: «I am I».

Il lockdown e la pandemia saranno per sempre legate al 2020, ricorderemo per sempre questo anno attraverso mascherine, gel e quei mesi rinchiusi in casa. Ma questi 365 giorni bui, come spesso accade, ci stanno regalando anche opere importanti a cui non importa farci compagnia, ma che conservano l’ambizione di ampliare il nostro punto di vista parlandoci del presente o, al contrario, prendendoci per mano verso traiettorie escapiste. Dischi come questo degli Idles e quello dei Fontaines Dc assolvono al compito e, allo stesso tempo, confermano a chi ne avesse davvero bisogno che le chitarre – non scomodiamo la presunta morte del rock, almeno per una volta – continuano a far rumore. Un frastuono come quello che piaceva a John Cage, un processo che libera lo spirito delle cose. Ultra Mono affianca a questa capacità catartica la forza – allo stesso tempo attrattiva e repulsiva – di dimostrarci la vita. Non l’eco di fatti e persone, ma la disperazione di una generazione soffocata dagli eventi, ma terribilmente in cerca di un anfratto poetico col quale sfidare, incazzata, il mondo intero.

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