Recensioni

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Alla luce della prolificità di Kozelek, ci verrebbe da iniziare la disquisizione sul nuovo omonimo album con un bel recap delle puntate precedenti, in stile Lost o Breaking Bad. Certo, abbiamo ripetuto spesso che, in fin dei conti, Mark Kozelek = Sun Kil Moon e tutti gli altri possibili moniker, ma forse, a partire da questo disco, le cose potrebbero rivelarsi diverse. Ci spieghiamo: il 2016/2017 è stato un periodo intenso per il cantautore di base a San Francisco; la bizzarra ed elevata quantità di lutti nel mondo della musica, ad esempio, era il centro della narrazione di Common As Light e, di conseguenza, il disco risentiva di – per usare una perifrasi – quegli Universal Themes che pretendono di interpretare il mondo in chiave generalista, un po’ pretenziosa. Non solo: come notavamo in sede di recensione, la politica (in senso etimologico, che attiene alla città/Stato) aveva preso quasi completamente il sopravvento sui testi-fiume di Kozelek, con uno stile che, a detta dello stesso autore, risentiva parecchio dell’esplosione dell’hip hop versante Kendrick Lamar. Il disco non a caso, così come il precedente, era uscito sotto il nome di Sun Kil Moon, mentre qui abbiamo fra le mani un’opera da ascriversi alle pubblicazioni di Mark Kozelek, come non ne avevamo (in sede solitaria e inedita) da Like Rats del 2013. Perché riteniamo ciò rilevante?

Sì, lo stile-cascata del songwriting di Kozelek è sempre lì, il fingerpicking della chitarra è ossessivamente accompagnato da loop onirici, le citazioni dalla pop culture si scovano a ogni verso, ma in qualche modo Mark Kozelek è un album se possibile ancora più personale dei precedenti. Non a caso è un album di Mark Kozelek e non di uno dei suoi nicknames, e non a caso porta il nome di battesimo nel titolo stesso. Il processo di produzione è stato, per certi versi, ancora più insolito di quanto ci si aspetterebbe: Mark ha riservato un paio di camere di albergo e un fonico, ha portato le chitarre di cui dispone e ha suonato. La musica e le parole sono scaturite in itinere. Come Lynch in INLAND EMPIRE, per intenderci e, come da copione, il brano dal minutaggio più breve raggiunge i cinque minuti, quello dal minutaggio più lungo i tredici. Kozelek sembra qui tornare alla poetica del piccolo fatto vero, con la differenza che questa volta i temi sono paradossalmente ancora più insignificanti e banali rispetto ai precedenti due lavori: si parla (o forse sarebbe meglio dire si mormora) di cameriere al lavoro, del pubblico ai propri concerti, di due chiacchiere in fila da Starbucks, dello stile delle camere d’albergo in cui l’album veniva registrato in tempo reale, di come sia sciocco il gioco del football americano. Un po’ come succede in Randy Newman in questa scena dei Griffin, Kozelek (più che mai in questo disco) è commentatore di eventi che avvengono in tempo reale e innescano stream of consciusness neanche troppo profondi, perché la profondità sembra essere bandita da questo album.

La questione è sempre la solita: Kozelek ha uno stile inimitabile, è l’unico che riesce a scrivere testi dando del TU ai suoi interlocutori (quante volte è citato David Bowie e gli viene detto: «I love you», «Thank You», ecc…?), è l’unico che riesce a rendere poetico il coretto dia-rrhe-a in The Mark Kozelek Museum, è l’unico che è capace di annullare qualsiasi forma di melodia per favorire un muro di vocalità sgraziata, ottava sopra e ottava sotto. Per accettare lo stile di Kozelek dobbiamo allontanarci dal concepire i brani qui presenti come canzoni. Questi undici episodi sono capitoli – peraltro non collegati fra loro o all’interno di loro stessi – che rimbombano dell’eco della cassa psichica della chitarra di Kozelek. Il caos regna totale in Mark Kozelek, specialmente perché ora siamo passati completamente al regno di arpeggi o armoniche in loop continuo, cosa che rende più facile e sbrigliato lo scrosciare di parole e pensieri.

Nella lingua inglese, ci sono songs e ci sono tunes. In Mark Kozelek ci sono perlopiù rants, invettive. E intendiamo questo nel senso più nobile del termine, come se a qualcuno venisse in mente di mettere una chitarra in loop sotto le Catilinarie di Cicerone. Alcuni episodi sono più concisi di altri, tali per cui è addirittura possibile dare un giudizio di stile: My Love For You Is Undying, per esempio, pur essendo infinito, è un assaggio di songwriting romantico impeccabile, dove si sente l’amore per Lou Reed e i Velvet Underground; 666 Post, nel suo delirare, ha persino spazio per qualcosa che suona un po’ come un ritornello.

Il destino di Kozelek, che è ben lontano dai fasti di Benji, è quantomai incerto. La stampa e il pubblico sembrano avere assunto un atteggiamento passivo nei suoi confronti, il che non è mai un ottimo segnale. Spesso la reazione di fronte a questi pretenziosi lavori è di sconforto o di noia per l’evidente ripetitività dell’offerta. Certo, non si può negare che gli ultimi episodi della discografia del cantautore dell’Ohio non abbiano aggiunto molto a quanto già detto in capitoli precedenti e, anzi, si siano appiattiti ulteriormente. Tuttavia, Kozelek continua a tessere le sue complicatissime trame emozionali, album dopo album, e chi ha compreso come accettarlo nell’epoca del post-Benji, non potrà che continuare a godere dell’ironia e, perché no?, della poesia dei suoi album.

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