Recensioni

Ci si accosta ad un artista della caratura di Mark Lanegan non senza un’inevitabile reverenza: un percorso, il suo, scandito da lavori che hanno letteralmente scritto la storia di molti di noi: dagli Screaming Trees ai QOTSA e ai Mad Season, passando per le collaborazioni illustri con musiciste del calibro di PJ Harvey e Isobel Campbell, Mark Lanegan ha realizzato, negli ultimi trent’anni o giù di lì, dischi a dir poco iconici. Una produzione così vasta e prolifica non può non avere registrato andamenti fluttuanti, sia pur in un range qualitativo sempre notevole.
Dopo Gargoyle, uscito nel 2017, questo Somebody’s Knocking segna il ritorno di un musicista che conferma il suo coraggio e il gusto, tutto personale, di attraversare territori inattesi e inesplorati. La bellissima apertura è affidata a Disbelief Suspension, un blues feroce e incalzante dove inaspettatamente il tono baritonale di Lanegan si ammorbidisce e diventa quasi ammaliante. Si pensa ad un Alan Vega più roccioso e meno sintetico; neanche il tempo di ridestarsi dall’ipnosi post-punk, e sentiamo riecheggiare, a turno, assonanze glam-rock (Letter Never Sent), new wave (Name and Number, Radio Silence), e persino stranianti episodi pressoché interamente votati all’elettronica come Dark Disco Jag, Playing Nero, Penthouse High.
Appare subito chiara l’operazione anti-genere posta in essere con Somebody’s Knocking: l’unico comune denominatore è forse soltanto il lavorio di recupero e ricerca di quegli stilemi espressivi (tutti ascrivibili a una parabola musicale racchiusa tra la fine degli anni ’70 e i primissimi ’90), che probabilmente hanno più influenzato l’artista in questo suo momento creativo. D’altronde lui stesso ha parlato di una «vasta gamma di ispirazioni prese dal negozio di dischi di Dio». Linguaggi diversi eppure contigui che Lanegan fa suoi in una sorta di rappresentazione scenica in cui deliberatamente sceglie di essere tutt’altro da sé, cercando comunque di restare sé stesso. Un’operazione non facile e non del tutto conseguita, di cui s’intuisce l’ambizioso disegno ma di cui talvolta si fa fatica a comprendere appieno lo scopo.
Un circuito frastagliato e complesso, quello che percorre questo lavoro, scandito da momenti notevolissimi, ma intervallato da episodi vistosamente deboli che minano l’impianto del disco e compromettono l’ascolto complessivo, come nel caso del secondo singolo, Night Flight to Kabul, che suona didascalico e facilotto, o come in alcuni brani dichiaratamente minori che finiscono con l’apparire puramente riempitivi, come She Loved You, veramente pleonastica. E sebbene i suddetti cali vengano ampiamente compensati da altri tasselli ben più meritevoli, come la già citata Disbelief Suspension, ciò non basta a farci definire questo disco come interamente riuscito.
È senza dubbio una testimonianza di passione, mestiere e ricerca, ma non è un approdo. E forse nemmeno vuole esserlo.
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