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7.4

Love is a wonderful, terrible thing. Che lo abbia detto il Bardo o Amado poco importa alla fine dei conti. Lo pensiamo tutti, lo viviamo sulla pelle, nell’odore della paura di perdere l’altro. Ma quel paradosso che vogliamo assolutamente faccia parte di noi, sembra abitare dolorosamente l’universo emotivo di Marlon Williams, reduce dalla rottura con la collega musicista Aldous Harding. Tanto da fare ciò che più si confà a un cantautore, scriverne, trasformarlo in arte. Sembra che l’amore, anche quello dissolto, sia in tutte le cose buone che Williams conosce e sa far bene, in tutte le cose che ha imparato. C’è qualcosa di disperatamente commovente nell’approcciare la musica nell’artista neozelandese: lui ne rimane assorbito in maniera così impercettibile, con gli arti e le ossa bloccati, quasi come se l’immobilità fosse più facile, meno compromettente e drammaticamente sicura. Make Way For Love cerca un modo, un vocabolario per l’amore, senza edulcolorare gli heartache cui già Billie Holiday riservava un dolcissimo buongiorno, fissandolo in faccia, quel crepacuore, estraendone la bellezza più pura. Nativo di Lyttelton, nel Sud della Nuova Zelanda, Marlon Williams è un’anima che si sbottona, alla ricerca del valore autentico dell’opera artistica, conosce le abitudini delle canzoni, si fida di esse tanto da meritarne la confidenza.

Dopo l’acclamato debutto del 2016, in cui l’alt-country sposava piccole meraviglie bluegrass e folk, il nuovo disco familiarizza tanto con la tradizione dei crooner anni ’60 quanto col cantautorato minimalista del primo Leonard Cohen. La voce incredibilmente emotiva di Williams si prende il centro della scena, mentre cresce vertiginosamente e impunemente: impeccabile padrona di armonie e intonazione, crea un’atmosfera genuinamente rétro su solide chitarrone acustiche e svolazzi di archi immaginifici. Una nuova intimità, un nuovo coraggio talvolta nervoso e rivelatore, mostra la crescita del giovane artista in mezzo al riverbero di chitarre vorticose e testi ispirati da un amore tanto storto e snervante quanto meraviglioso e potente. A questo punto non stupisce più di tanto che proprio l’amata perduta Aldous Harding diventi qui l’interlocutrice di un delizioso duetto – registrato al telefono durante una lunghissima chiamata notturna – che sembra regalarci il sogno di un senso di perdita tramutatosi in un momento perfetto. Un fotogramma che per un attimo sembra riportarci ai duetti complici e confortanti fra Judy Collins e Leonard Cohen, amici/alleati a metà degli anni settanta.

La natura irriducibilmente personale del contenuto lirico del nuovo disco di Williams crea sì un ponte con la narrazione dell’esordio omonimo, che trattava argomenti pieni di morte e oscurità con personaggi in carne e ossa ad abitarne le storie, ma se ne distacca con classe nel suo lottare biografico per dare senso alla fine di una relazione profonda, e riconciliare un nuovo futuro con speranze e aspettative. Con Make Way For Love Williams tenta di sistemare un amore rotto continuando a tenerlo vicino nonostante gli innumerevoli ostacoli del caso. E proprio in Come To Me lo troviamo quasi spensierato nel ruolo di guardiano, pronto a fantasticare su un futuro idilliaco e impossibile. La melodia meravigliosamente e semplicemente pop di What’s Chasing You impiega un suono soul vintage per raccontare la storia di un innamoramento così profondo e in grado di trasformarci in una persona nuova. Cristallina e soleggiata, è una di quelle canzoni che si attaccano alle labbra fino a farcele seccare, in attesa di un nuovo bacio che forse non arriverà mai. Archi ampi e sottili trionfi elettronici si fanno la guerra su The Fire Of Love, mentre esplicite minacce a un potenziale rivale in amore sostengono Party Boy, un po’ Suicide al prom di fine anno con la loro Bebop Kid. Che si tratti disperatamente dell’ode per il tormento paranoica che consuma tutto il tempo o che combatte con un alter ego disordinato, Williams non rifugge da synth stravaganti o groove ossessivi, e decide di rischiare gettandosi a capofitto in una nuova veste di messaggero, che sì strizza l’occhio a Elvis Presley e Roy Orbison, ma non teme una modernizzazione logica e sentita. Nobody Gets What They Want Anymore, con le voci di Harding e Williams che si intrecciano per istinto e i toni ricchi e languidi resi ancora più strazianti dalla loro innegabile compatibilità, distrugge decenni di ballate rabbiose, inni degli album di rottura, offrendo invece la possibilità di una seconda via, quella che Marlon esplora con tenerezza e introspezione, senza farsi mancare sensi di colpa e rimorsi struggenti, come nella crudele e caveiana I Did Not Make A Plan.

Ma forse il vero livido dell’album è Love Is A Terrible Thing, o almeno quello che fatica ad andar via, lasciando un segno violaceo sul cuore: l’arrangiamento solitario di Williams, l’uomo e un pianoforte pronti a farsi carico di un’agonia brutale. «La gente mi dice / ragazzo, hai schivato un proiettile / ma se solo mi avesse colpito / allora avrei capito la pace che portava» lo canta agli altri, lo ricorda a se stesso, mentre l’interruzione nella sua voce per un attimo rende credibile quel desiderio di morte. Il giovane cantautore traccia la musica del tempo con molta diligenza e riesce a scrivere pezzi bellissimi, ricolmi di una pazienza che ci mette sempre alla prova, si misura con arrangiamenti grandiosi, archi in continua espansione e strazianti beatitudini.

Di un disco così se ne sarebbe potuto innamorare Sinatra. Make Way For Love è un classico. E’ come stare di fronte a qualcuno che nel momento stesso in cui ci racconta che sì, l’amore è una cosa terribile, continua a farci desiderare ardentemente di amare ancora. Quel qualcuno oggi si chiama Marlon Williams, ha una voce di velluto che trasfigura i grandi del passato e un’innamorata infelicità che rimbomba lieve e fa arrossire bruscamente.

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