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Tre anni fa, in occasione dell’analisi su The Hateful Eight, notavamo come il modus operandi di Quentin Tarantino avesse subito un cambiamento evidente, tanto nella messa in scena che in quella capacità di veicolare il significato ultimo dell’opera. Sapevamo, ad esempio, che l’ottavo film costituiva un punto di rottura con i sette che lo avevano preceduto fino a quel momento (si trattava del suo film più teorico e politico, nonché del più spietato e pessimista) e che quindi da quel momento in poi lo schema sarebbe dovuto per necessità cambiare altrettanto drasticamente. Quindi, via i titoli di testa sensazionalistici, via la narrazione anti-lineare e divisa in capitoli, via le citazioni e autocitazioni a rotta di collo (che pure non mancano, ma il modo in cui sono inserite appare inedito), via i virtuosismi della macchina da presa, così come alcune delle firme tecniche più note del cinema tarantiniano. Perché C’era una volta a… Hollywood è prima di ogni altra cosa un film su un sentimento preciso, incarnato nella ricostruzione del 1969, anno cruciale sia per la storia del cinema che per la storia contemporanea americana: se da una parte, infatti, abbiamo il crollo del sistema fondato sugli studios cinematografici con l’arrivo dei registi-autori della New Hollywood (con Easy Rider che viene esplicitamente citato), dall’altro abbiamo la perdita dell’innocenza di un periodo – il flower power – con il massacro di Cielo Drive, in cui perirono cinque persone, inclusa l’attrice Sharon Tate, moglie di Roman Polanski, all’ottavo mese di gravidanza.

Nel nono film di Quentin Tarantino c’è però qualcosa di diverso che mai prima d’ora era riaffiorato in maniera così potente e predominante su tutto il resto, stavolta sì, persino sull’intera narrazione. È come se per tutti i suoi 161 minuti di durata, accanto alle immagini che si avvicendano sullo schermo, immaginassimo anche il volto del regista violentato dalle lacrime. Lacrime dal sapore più che nostalgico, sentimentale, di quella sensazione che solo a suggerirla ti riporta indietro nel tempo facendoti perdere immediatamente lucidità, non rispondendo più di te stesso. Se è vero che da Grindhouse – A prova di morte in poi il regista di Knoxville utilizza il proprio lavoro per interrogarsi sul mezzo tecnico (riproducendo altrettanto tecnicamente una nostalgia da inscatolare a piacimento), per riscrivere la storia riaffermando il potere dell’immaginazione sulla realtà (Bastardi senza gloria), per appropriarsi di una vendetta che non ha nessun colore ma solo contorni di umanità (Django Unchained), per castigare una nazione intera che ha fatto della barbarie il suo stile di vita (The Hateful Eight), è proprio con C’era una volta a… Hollywood che è quasi come se si tracciasse una linea bianca e si andasse a capo, pur non perdendo mai di vista il proprio oggetto di indagine; dal cinema inteso come mezzo tecnico, quindi, al cinema, inteso come insieme di storie messe in piedi e rese reali dagli attori che le governano, che le abitano, che le vivono, e per le quali vivono e si disperano e piangono a dirotto – come il Rick Dalton di Leonardo DiCaprio quando si rende conto di essere nella fase calante della propria carriera.

È un mondo fatto di sogni Hollywood, un made in heaven place che sarebbe presto diventato un inferno alla fine di quel 1969, ma dove si è ancora in tempo per un’ultima favola (da qui il “C’era una volta” di leoniana memoria che riacquisisce il suo significato primario, spoglio di qualsiasi disillusione o pessimismo) che prima di tutto sia capace di scaldare il cuore del proprio autore, che alla fine della storia si ritrova più maturo che mai, ma al contempo mantiene lo sguardo candido di un bambino cui hanno appena raccontato una tra le più belle storie sul mondo del cinema. Oltre tutti i riferimenti cinematografici, autobiografici, elegiaci, storici, C’era una volta a… Hollywood è la storia di una coppia (di fatto, di un’amicizia virile d’altri tempi), Rick Dalton e Cliff Booth – interpretati in una gara di bravura dal già citato DiCaprio e da Brad Pitt – attore di serie B il primo, sua controfigura e factotum il secondo; è attraverso i loro movimenti, le loro scorrazzate in macchina, le loro risate davanti a un televisore, che si dipanano davanti ai nostri occhi la storia e la Storia di Hollywood, l’uno rimbalzando da un set all’altro (finirà anche in Italia per recitare al servizio di Sergio Corbucci, il secondo miglior regista di spaghetti western, su cui il nostro sta ancora scrivendo un libro-saggio che probabilmente non leggeremo mai), l’altro scarrozzando belle (ma svitate) ragazze allo Spahn Movie Ranch (il cinema che chiede ancora un posto in prima fila in ogni situazione, come il drive-in che fa da sfondo alla roulette dello stuntman), in una delle sequenze con il coefficiente di tensione tra i più alti del cinema tarantiniano. Se Dalton gioca con il cinema, lagnandosi, ubriacandosi, imparando le battute nel mezzo della sua piscina vivendo in pieno il sogno, Booth è l’adorabile canaglia di redfordiana memoria (e Pitt è stato più volte accostato a Robert Redford, anche dal cinema stesso, in Spy Game), colui che invece col cinema si diverte, si guadagna la pagnotta e se ne prende persino gioco (come quando scaraventa addosso alla carrozzeria di un auto lo sbruffone Bruce Lee). Sono loro i veri paladini della storia – se così possiamo chiamarla, dato che in fin dei conti è la cronaca di tre giorni ben precisi di quel fatidico annus domini – dei cavalieri erranti al servizio, ovviamente inconsapevole, della damigella in pericolo di turno.

Veniamo così al capitolo Sharon Tate. Nei mesi precedenti l’uscita della pellicola e dal momento della sua presentazione al Festival di Cannes si erano rincorsi gli articoli che ancora una volta buttavano fango sul regista (accusandolo – come ormai ciclicamente accade – di misoginia), con le polemiche della figlia di Bruce Lee e della moglie di Polanski (a film non visto) a peggiorare ulteriormente la situazione. Ebbene, il ritratto che Tarantino fa della Tate nell’anno che avrebbe dovuto sancire la sua consacrazione è uno dei più sinceri e affettuosi che si possano trovare impressi su celluloide, nonché uno dei più raffinati omaggi non solo a un’attrice tragica e suo malgrado emblematica di una generazione, ma anche – per esteso – a tutta una serie di suggestioni positive che solo un grande schermo illuminato da un proiettore può restituire intatte nella loro purezza. Sharon Tate/Margot Robbie, che nel buio di una sala cinematografica guarda e si guarda recitare, è sì prima di tutto un cortocircuito metanarrativo sfacciato, ma è anche l’estasi pura dello spettatore ricreata a uso e consumo dello spettatore stesso. È Tarantino che si fa spettatore per sedersi accanto a noi e godersi il film con una scatola di pop-corn fumanti nelle mani e un occhio attento, di tanto in tanto, a scrutare le reazioni del pubblico pagante.

È la favola del cinema che si ripete a ogni spettacolo per non esaurirsi mai, nemmeno sotto i colpi incessanti e mortali della realtà. In fin dei conti, C’era una volta… e ci sarà per sempre. 

16 Settembre 2019
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