Recensioni

Partiamo da una constatazione, che poi è più un dato di fatto: quando all’interno di un album si trova la firma di Giorgio Canali difficilmente si ha a che fare con un’opera non riuscita. Fu così all’epoca del debutto omonimo dei Verdena e per il Canzoni da spiaggia deturpata primo passo di un allora sconosciuto Vasco Brondi – dischi nei quali l’ex Cccp e CSI vestì i panni di produttore – e succede oggi con il debutto sulla lunga distanza dei Mary In June, Tuffo. Capace di ricreare quelle immagini di provincia decadenti con cui Le Luci della Centrale Elettrica riuscirono a distinguersi nel panorama indie nostrano («ci arrampichiamo sui tralicci per vedere meglio i tramonti», «arrampicandosi sugli scheletri in periferia», o ancora «toccheremo il punto più a sud d’Europa tracciando una linea, la linea di separazione dagli ecomostri..» sono alcuni degli esempi più limpidi che emergono in Tuffo) e dotata di una sensibilità artistica “speciale”, l’opera prima dei Mary In June, se si guarda al panorama alternativo/indipendente italiano, Canali o non Canali, rappresenta una delle più interessanti novità di questa prima metà di 2016.
A differenza del sopracitato esordio de Le luci della centrale elettrica, qui la mano del Canali produttore è un po’ meno marcata, e così ad emergere nel punk di matrice emo-folk è soprattutto il lavoro di sintesi compiuto dai quattro musicisti (Alessandro Morini, Vincenzo Grieco, Aron Carlocchia, Marco Compagnucci), che deve tanto al punk made in Italy di matrice squisitamente emozionale – dai Fine Before You Came ai Gazebo Penguins, passando per i meno noti Riviera fino agli Altro di Alessandro Baronciani. Un assorbimento stilistico che trova sfogo nelle epiche chitarre di Costole o in quelle punk di Sogni per l’Analista, nell’emo-folk di Perfetto («facciamo sempre finta di star bene») e di Un Giorno Come Tanti (riletta dallo stesso Canali nel suo ultimo album Perle Per Porci) o ancora nel finale di Nuova Fine da cantare a pieni polmoni e con il cuore in mano. Ma è nella scrittura che i Mary In June mostrano le loro capacità migliori. Testi che spaziano dal disagio generazionale (tipicamente emo) a cartoline dal fronte (ci sono riferimenti a Beirut, al Pakistan e all’India), e che creano limpide immagini romantico-esistenziali (Fango, Confini, Combustibile) che trovano nelle scariche elettriche e nei fraseggi folk il terreno perfetto in cui poter mettere radici.
Un debutto convincente, quello dei Mary In June, che può godersi un piccolo quanto meritato momento di gloria.
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