Recensioni

7.2

La solitudine della quotidianità che si scuote per il contatto con una piccola comunità di artisti in residenza: se il precedente disco dell’arpista, At The Dam, era il frutto di un viaggio in auto per farsi ispirare dal Joshua Tree Park o dal paesaggio di Marfa, Texas, Hundreds of Days, il secondo album per Ghostly International, nasce dalla staticità di un’estate trascorsa sulla Northern Pacific Coast. Motel, gasolina e l’America on the road qui sono sostituiti dal fienile di una casa in stile vittoriano dove Mary Lattimore installa la sua strumentazione e lavora in totale libertà. Tanta solitudine, interrotta solamente dalle chiacchiere serali con gli altri artisti – poeti, scrittori, pittori – che condividono con lei le stanze: scintille di creatività che illuminano giornate monocordi, ripetitive, quasi ovattate, creando lo scarto laterale necessario perché l’artista possa proseguire il proprio percorso.

Dopo lo scavo nel periodo philadelphiano della sua vita contenuto in Collected Pieces, l’arpista adottiva losangelina lascia apparentemente in disparte il mondo esterno (c’è solo qualche field recording che fa capolino qua e là) per dedicarsi a quello interiore. In realtà, come per tutta la produzione musicale in solitaria parallela alle innumerevoli collaborazioni (Steve GunnThurston MooreKurt VileSharon Van Etten solo per citarne una manciata, ma la lista è davvero lunghissima), le composizioni di Lattimore scaturiscono sempre da un riflesso dell’artista sul paesaggio, e viceversa. Non fa quindi eccezione Hundreds of Days, sorta di diario della residenza estiva, in cui fa continuamente capolino il paesaggio della California in cui la musicista è stata immersa, ma interiorizzato, personalizzato, fatto proprio. Succede nel canto degli uccelli che punteggia l’iniziale It Feels Like Floating, liquido crescendo meditativo, come nell’eco quasi western di Their Faces Streaked With Light and Filled with Pity, con una linea melodica che ricorda da vicino The Sound of Silence di Simon and Gurfunkel, e che fa da esplicito legame con gli anni Sessanta e Settanta che comunque emergono più di una volta nelle sette tracce dell’album.

È un disco costruito sull’autarchia, con Mary Lattimore che suona tutto (oltre all’arpa, il pianoforte, le tastiere, la chitarra e il theremin) e registra. Un disco più vicino a quell’incrocio di ambient e classica che si sta mostrando prolifico nel presentare continuamente nuovi artisti che si muovono a cavallo di mondi apparentemente lontanissimi, ma in realtà vicini. Non c’è, per intenderci, niente del folk che si ritrova in un’altra arpista californiana, Joanna Newsom, né – tanto meno – il rischio kitsch di Enya. Qui i riferimenti sono più un lontano oriente trasfigurato nelle sonorità della contemporanea occidentale, l’ambient classico (altro legame esplicito con il passato, vedi alla voce Brian Eno) e un’idea forte di organicità del suono che le deriva dalla classica contemporanea che frequenta parallelamente al mondo indie. Un solo colpo forse a vuoto, una Never Saw Him Again che non tocca le corde giuste, ma Hudreds of Days si conferma sugli stessi livelli del precedente: un disco non per tutti, e non per tutti i momenti, ma che lascia un segno in chi ascolta.

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