Recensioni

7.5

Il punto è la frizione tra “ordinaria” e “follia”, quel contrasto che sboccia dalla rottura della stringa – come Bukowski insegna – e inocula il germe dell’anomalia nel flusso quotidiano, la crepa da cui filtra il liquore che tutto distorce, l’altra parte di noi. Dopo il romanzo Il gioco, Massimo Padalino torna a confezionare un saggio (dopo quelli su Capossela, Sun Ra e Beatles) ma lo fa ovviamente a modo suo: vale a dire, scuotendo i sepolcri dell’autorevolezza, concedendosi capitoli/quadretti crudi e affettuosi, ironici e spietati, da cui trasuda assieme alla devozione (inevitabile) un’acuta, salubre mancanza di riguardo.

Ventisette i nomi (solisti e band) trattati, ventisette (numero dalla fama sinistra in ambito rock, ma credo si tratti di una casualità, anche se è lecito porsi il dubbio) storie che da Elvis Presley a Nina Simone (passando da Rolling Stones, David Bowie, Nico, Syd Barrett, Daniel Johnston, Captain Beefheart, Frank Zappa, Nick Drake, Kraftwerk e via discorrendo) esplorano le diverse declinazioni di quella particolare angolazione nei confronti delle cose che usiamo chiamare rock. Il quale, sembra suggerire Padalino, proprio per la quota di follia che lo contraddistingue recita un ruolo fondamentale sullo scenario culturale, evidenziandone i punti critici, quei cortocircuiti tra creatività e controllo, tra visione e pianificazione che oggi più di ieri rappresentano una condizione auto-limitante, la madre di tutte le standardizzazioni.

Ci stiamo disabituando alla follia, confondendola con la trasgressione: che è una sua versione spettacolarizzata, domata, utile. La follia raccontata da Padalino invece non ha ragioni, finalità, giustificazioni, e difatti nella narrazione non vengono applicati sconti: proprio per questo è potente, disturbante, delinea la sagoma sghemba e intrattabile di chi ha fatto la storia del rock (del blues, del jazz, del soul…) portandosi dentro tutta l’insanità e il disequilibrio come un marchio di realtà e di mancata omologazione. Se non lo puoi controllare, è vivo: Padalino lo sa e sciorina in agilità aneddoti, azzarda connessioni, traccia percorsi, sbircia il lato meno presentabile del mito e lo fa precipitare ad altezza d’uomo, pur conservandone la statura d’artista.

È una lettura che diverte e inquieta: ovvero ciò che il rock dovrebbe fare più o meno sempre.

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