• Ott
    01
    2013

Album

La Tempesta Dischi

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Noi che accendiamo lumi, / per nasconderci le luci”. Sta forse tutto in quel “noi” ripetuto più volte nell’iniziale Dio delle zecche – stranamente l’unico testo non scritto da Emidio Clementi, l’autore è Danilo Dolci – il significato del nuovo disco dei Massimo Volume. Quasi si trattasse di una condivisione d’intenti con chi ascolta, di un capirsi senza parlare, lontani da un quotidiano che fa paura (vince chi resiste alla nausea / chi perde meno / chi non ha da perdere) e ben saldi a un passato che in qualche maniera ritorna. Sempre lungo i bordi, a leccarci le ferite tra stanze in affitto e personaggi da romanzo, qui forse ancor più che in quel Cattive abitudini che tre anni fa aveva sancito un ritorno convincente per una band amatissima dal pubblico e mai dimenticata. Disco raffinato, calibrato, analogico e per certi versi anche “innovativo” quello (atmosfere in molti casi più lente, riflessive), almeno quanto Aspettando i Barbari – grazie anche a suoni più scuri e decisamente elettrici – ci sembra fisico, ortodosso, rappresentativo dell’immaginario più “riconoscibile” dei Massimo Volume. Soprattutto nei testi, tanto che quando si racconta dell’abitare stanco di Silvia Camagni o si collezionano fotogrammi di vite vissute alla mercé del destino in La notte, sembra quasi di stare ai tempi di Stanze o Da Qui.

Del resto, se anche Clementi, intervistato qualche tempo fa da Radio Città del Capo, si sbilanciava definendo il nuovo parto come qualcosa di più “freddo” rispetto all’album precedente, un motivo ci sarà. Da ricondurre, certo, alle registrazioni in digitale che hanno caratterizzato le session dell’ultimo disco (diversamente da quanto accaduto con Cattive abitudini), alla circostanza che ha visto i musicisti lavorare spesso sui brani ognuno per conto proprio, ma forse anche al periodo storico in cui i due album sono stati concepiti. Là si parlava di un mettere insieme i cocci dopo otto anni di latitanza, di un tentativo di rinascita niente affatto scontato da consumare (magari) tra equilibrismi sottili; qui il passo sembra deciso e veloce, con tre anni pieni di concerti – e, crediamo, di soddisfazioni – alle spalle. Un disco più diretto del predecessore, insomma, profondo come sa essere ogni cosa partorita da quel marchio registrato che è ormai la band bolognese, ma al tempo stesso senza troppi livelli interpretativi da diradare. Anche dal punto di vista musicale, a giudicare da un suono che non cerca intermediari, leggermente arricchito nei timbri  – spuntano anche aromi di synth – ma comunque riconoscibile: post rock stratificato e a suo modo metodico nelle progressioni più evocative (Il nemico che avanza), noise in certe chitarre taglienti (Compound), con sprazzi sorprendenti come i For Carnation di Vic Chesnutt o il Clementi in “versione John Lydon” negli acuti di Dymaxion Song.

Consolatorio in tempi grami come sono quelli che stiamo vivendo (la notte / è una lama illuminata / che taglia il buio / e la paura / e punta avanti / dove tutto / riposa immacolato / e giusto / e nostro / e puro / prima dell’arrivo dei barbari, si canta nella title track) e ricco di ricordi personali (la San Benedetto del Tronto di Clementi citata in La cena), Aspettando i barbari è in fondo un disco consapevole. Quella consapevolezza da artigiano che serve a tradurre con onestà e etica del lavoro un immaginario in tutte le sue declinazioni, conoscendone alla perfezione tempi e modi. In questo i Massimo Volume sono sempre stati bravi e il loro sesto album ne è l’ennesima conferma.

30 Settembre 2013
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