Recensioni

Come abbiamo già avuto modo di osservare in occasione di Sonata a Kreuzberg, il percorso di Massimo Zamboni è orientato ormai da un po’ di tempo a rileggere il proprio passato, a rianalizzarlo per capire (“perdere o trattenere; e in quali percentuali?” si chiedeva nell’introduzione a Il mio primo dopoguerra, 2005) e approfondire; in particolare alcuni eventi formativi, ai quali ha dedicato libri, spettacoli e – realizzati da registi amici – anche documentari.
Sui più importanti torna più volte, quasi a confrontare i punti di vista diversi dai quali ha guardato a quelle esperienze: così, dopo il viaggio a Berlino del 1981 durante il quale conobbe Ferretti, ora tocca a quello altrettanto centrale in Mongolia del 1996, da cui nacquero sia quel Tabula Rasa Elettrificata (1997, per il quale rimandiamo alla recensione di Stefano Solventi) che li vide inaspettatamente primi nelle classifiche italiane ma che fu anche il capitolo conclusivo dei C.S.I. (nonché del suo legame con Giovanni Lindo), sia il desiderio di avere un figlio.
Ci fu già un documentario ai tempi di quel disco, poi un libro scritto a metà proprio con GLF (In Mongolia in retromarcia, successivamente ripubblicato in edizione riveduta e corretta); ora Zamboni torna con un nuovo documentario, questo disco che ne è colonna sonora, e un nuovo libro che accanto alla ripresa della sua parte del volume precedente comprende, oltre a un capitolo nuovo, anche un altro scritto proprio dalla figlia concepita allora, Caterina, e nata con una particolare voglia sulla pelle dal nome di “macchia mongolica” (da cui il titolo del libro). Da queste coincidenze nasce l’esigenza di tornare in quella terra lontana sia con lo sguardo, la chitarra e la prosa sia fisicamente, stavolta in compagnia dell’erede.
Il libro dobbiamo ancora leggerlo, ma già il disco dice qualcosa riguardo al significato di questo viaggio. In quanto colonna sonora, è composto quasi interamente da strumentali (fa eccezione Lunghe d’ombre, lenta riflessione sull’accettazione delle molte perdite e dissoluzioni “comprese” in partenza nell’atto di esistere – un concetto simile era espresso riguardo al tempo e all’oblio nella succitata introduzione al volume del 2005), tendenzialmente dilatati tra droning, le chitarre lunghe già di Linea Gotica, note di didgeridoo, aperture pinkfloydiane (l’iniziale Ome Ewe) o trip hop come lo facevano gli Ustmamò di Ust, qualche incalzare di percussioni e riff talvolta elettrici (Sugli Altaj), talvolta acustici (Casco in volo).
Brani la cui natura di frammenti può ricordare, a proposito di Pink Floyd, un disco come The Endless River, mentre suggeriscono che avrebbero potuto anche funzionare e acquistare maggiore personalità se si fosse provato a trovarci una parte cantata. Ma il punto, e forse proprio il senso del disco (sempre almeno gradevole), è che Zamboni trova in quelle lande, poco abitate e per certi versi caratterizzate da un modo di vivere antico, un terreno adatto al pulsare dilatato e riflessivo che caratterizza il suo stile fin dagli ultimi CCCP: questa, un po’ come il progetto Alone di Maroccolo, sembra la colonna sonora, più che del documentario connesso, di un viaggio attraverso paesaggi e ritmi di vita antichi e silenziosi, lontani dal caos frenetico occidentale.
O forse perché per le parole c’è, appunto, il libro: una forma espressiva nella quale il Nostro si esprime particolarmente bene.
Amazon
