Recensioni

6.5

La prima domanda è: cosa stiamo ascoltando? E poi (e quindi): di cosa stiamo parlando? L’Eutopia EP con il quale i Massive Attack tornano a battere un colpo discografico a ridosso del lockdown, squarcia il velo del sipario su cui si era proiettata sempre più sistematicamentre la loro musica. Non possiamo più parlare di “canzoni impegnate” nel senso classico del termine. A dire il vero, non so neppure se sia il caso di utilizzare il termine “canzoni” (quest’ultima, si badi bene, è una constatazione, non una critica negativa). Anzi, chiamiamole pure canzoni, anche se – come dire – di scopo: puro veicolo, sottofondo, brodo di coltura, cornice, interfaccia, giustificativo semantico/espressivo, Cavallo di Troia.

Comunque sia, il concetto contemporaneo (stavo per scrivere: terminale) di canzone-prodotto, ordigno algoritmico obbediente ai codici delle playlist al tempo dello streaming, viene riarticolato da Del Naja e Marshall a proprio vantaggio, ovvero come strumento di azione politica, di (massì, diciamolo) propaganda. La canzone viene fatta precipitare allo stato di medium chiamato a stabilire un contatto diretto (mediato – appunto – ma reso fluido o se preferite lubrificato dall’immediatezza del codice sonoro) tra concetti economico/politico/culturali e “utente”, quest’ultimo caratterizzato (individuato) dalla sua affinità con etica, estetica e pathos della band di Bristol.

Il titolo dei tre pezzi è in tal senso emblematico: Guy – Young Fathers, Cristiana – Algiers e Gabriel – Saul, ovvero i nomi dei “lettori” (Guy Standing, teorico del reddito di base, Christiana Figueres, segretaria della convenzione Onu sul climate change, e l’economista Gabriel Zucman) e di chi ha collaborato alla parte musicale (Young Fathers, gli Algiers e Saul, ovvero il rapper e poeta Saul Williams). Musicalmente, appunto, i pezzi possiedono il fascino felpato e vagamente impalpabile delle soundtrack: sono proiezioni cinematiche black sottoposte a una diffusa attrazione gravitazionale futuristica, tra suggestioni IDM e wave-ambient, post-tribalismo contagiato grime e scorie dubstep. O, se preferite, è un trip-hop che ha oltrepassato la soglia dell’allarme, metabolizzato le palpitazioni provocate dallo sgretolarsi dei parametri fin de siècle, per consegnarsi quindi a una sorta di timor panico esteso, diffuso, pervadente, organico al presente. Insomma, musica atmosferica ai tempi del disagio. Vale a dire, niente di nuovo, ma esattamente quello che deve essere: un linguaggio riconoscibile, una mappa, un luogo.

Più importante è ciò che sottintende: in casi del genere, la canzone deve farsi ancella del messaggio. Soprattutto se i temi in gioco tendono a coincidere con la poetica – sempre meno “musicale”, sempre più politica e multimediale – della band, all’insegna di: ficcare il dito sotto lo strato cosmetico che nasconde la piaga purulenta. La drammatica disparità della distribuzione del reddito, la spudorata prassi elusiva legalizzata dal sistema dei paradisi fiscali, l’immobilismo dei potenti di fronte al climate change: questi gli argomenti affrontati dai tre esperti come se si trattasse di mini-TED Conference. Il loro è un talking puro, senza alcun riguardo a ritmi o inflessioni, un flusso verbale poggiato sulla musica come una pistola (o un libro) su un vassoio. L’effetto, va da sé, ricorda più un servizio di Report che non una traccia a caso di Blue Lines o Mezzanine. Ma tant’è.

Assieme ai relativi video, sui quali opportunamente scorrono i testi, rappresentano un manufatto a loro modo storico. Suggestivo? Sì, abbastanza. Efficace? Francamente, non so. Non so se questo EP, figlio dichiarato ed evidente del lockdown in quanto momento di riflessione profonda attorno alle radici della crisi contemporanea, riuscirà a cambiare le cose e quanto. Difficile dirlo, soprattutto se come il sottoscritto ti occupi di cose effimere come le recensioni. Mi limito quindi a sottolineare come Eutopia EP potrebbe rappresentare un piccolo turning point riguardo al ruolo di quel piccolo mistero inflazionato ed esausto chiamato canzone. Ma, in tutta franchezza, non me lo auguro.

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