Young Fathers (UK)

Biografia

Mettiamola così, pur volendo essere didascalici, basilari, pur volendone dare una lettura puramente entry level, non è semplice scrivere dei Young Fathers. Quelli che hanno vinto il Mercury Prize 2014 (l’ultimo riconoscimento ancora apprezzato ad Albione) sbaragliando gente come Damon Albarn e FKA Twigs. Quelli che hanno presentato il loro album di debutto con un comunicato stampa che iniziava così: “Young Fathers are dead”. No, non è semplice spiegare perché questa “boy band liberiana-nigeriana-scozzese di hip hop psichedelico elettronico” abbia raccolto così tanti consensi di pubblico e critica, mettendo d’accordo tutti, ma proprio tutti.

Una storia che parte da lontano, nel 2008, quando tre amici si incontrano ad una serata hip hop ad Edimburgo per ragazzi under 16. Da lì due produzioni, Tape One (2011) e Tape Two (2013), che hanno lanciato i primi segnali disturbanti di una formazione che fa hip hop mischiandolo ai suoni del post-rock, che guarda alle sonorità noisy con lo stesso interesse e la stessa abilità con cui coltiva il beat primordiale. Alloysious Massaquoi, Kayus Bankole e Graham “G” Hasting miscelano insieme i generi più eterogenei, in un limbo magico, unico, fascinoso, che parte dal soul e arriva al folk, passando dal trip hop e certe sonorità africane.

Forti di un pubblico e di una critica che ha dato loro ragione su tutta la linea, i tre hanno dato alle stampe nel 2014 Dead, un album – strano a dirsi per un debutto – che arriva a perfetto coronamento dell’avventura iniziata sei anni fa. Al contrario di quanto i diretti interessati dichiarino nella loro presentazione, la musica dei Young Fathers dimostra di essere più che mai viva confermando quelli che fin qui erano solo sentori: l’hip hop è un pretesto, un escamotage, una chiave di volta per convogliare insieme mondi musicali lontani verso orecchie improbabili. Ed è così che Dead, venduto, apprezzato, votato e premiato oltre qualsivoglia aspettativa, si impone con la determinazione e il peso di una pietra miliare.

E proprio mentre la stampa internazionale si prepara ad elogiare i tre, ecco che questi si sganciano da tutto, eludendo la cornice, volgendo lo sguardo verso altri confini da superare, dichiarando che i soldi del Mercury Prize saranno investiti nella produzione del prossimo disco, che il premio non cambia niente, che la musica di questi giovani vecchi è già altrove, a ricercare nuove disturbanti musicalità da mettere insieme, e che qualsiasi tentativo di messa a fuoco sarà superfluo oltre che vano. Il secondo album viene pubblicato il 6 aprile 2015 via Big Dada e si intitola White Men Are Black Men Too.

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