• mar
    31
    2017

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Reprise

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C’era un tempo in cui i Mastodon erano considerati la next big thing dell’heavy metal statunitense; c’è stato un periodo in cui si credeva che il quartetto di Atlanta potesse ereditare le gerarchie che appartenevano a band quali Metallica, Slayer o chi per loro, capaci comunque di traghettare un’intera generazione di headbangers verso il futuro e propiziarne un’altra ancor più creativa e fruttuosa. Il fatto è che i Mastodon hanno a lungo mantenuto le aspettative, con album ben sopra la media di quelli iscritti nel loro stesso genere d’appartenenza, e addirittura capaci di polarizzare e unire al tempo stesso tipologie di ascoltatori molto differenti; col senno di poi, ci siamo però resi conto che i quattro mastodonti hanno sì avuto un notevole impatto sul genere (a livello di seguito, vendite e prestigio), ma non hanno certo esercitato sulle nuove leve la stessa onda d’entusiasmo e fresca creatività che act contemporanei ben più rodati (anche se meno incensati) e “trasversali” per proposta e concetto sonoro hanno portato con sé (penso ai Converge o ai Dillinger Escape Plan).

Indubbiamente i Nostri sono però cresciuti autonomamente rispetto alle dinamiche del genere, in un crescendo discografico (culminato idealmente con le sperimentazioni prog e le fughe vagamente psichedeliche dell’ottimo The Hunter, 2011) che li ha portati nel giro di un lustro scarso ai vertici delle classifiche di vendita. Li avevamo quindi lasciati tre anni fa, con il tiepido e piuttosto inconcludente Once More Round the Sun, e adesso li ritroviamo reduci da un periodo piuttosto difficile, almeno a livello personale: quest’ultimo Emperor of Sand è, infatti, in parte propiziato da alcune perdite dolorose di alcuni membri della band, e si pone come una sorta di risposta, di affronto alle asperità della vita quotidiana, tentando di esorcizzare la paura della morte, della malattia, del malessere interiore in senso lato. Posto così, l’album parrebbe preannunciarsi come un lavoro introspettivo, oltremodo oscuro e viscerale. Senza dubbio lo è viscerale, sicuramente è schietto, ma la verità è che questo disco, in maniera piuttosto spavalda, testarda e anche banale, si rifà alla grana grossa del suo predecessore, con brani “acchiappa-like” pseudo-faciloni e in odore di arena rock à la Boston (il singolo Show Yourself è quanto di più canonico si possa trovare nell’intera discografia degli americani).

Per il resto, i Mastodon si barcamenano tra manierismi già sentiti e vissuti, tra controtempi progressive (Words to the Wise), tempistiche meno incalzanti, ma decisamente più incisive (Steambreather), in una parte centrale che sa di già sentito, passato e ripassato. Il sound è al solito impeccabile (la produzione è curata da un decano del deck come Brendan O’Brien), ma pare il minimo sindacale di fronte alla portata della band. Lo spirito è tutt’altro che remissivo, anzi si percepisce che i quattro hanno intrapreso un viaggio alla ricerca del groove e della semplificazione del suono (probabilmente cercando di ampliare ulteriormente il loro già vasto auditorio), ma sicuramente li vediamo più rassegnati di fronte all’idea di rinnovare il sound. La spiegazione potrebbe celarsi dietro a un calo d’ispirazione, assolutamente accettabile dato il loro percorso ascendente almeno fino a qualche anno fa, ma quando si sfiora l’autoplagio è un bel dilemma: echi del loro ultimo “vero” lavoro si rintracciano infatti nella conclusiva Jaguar God – la struttura, l’attacco, il crescendo e alcuni passaggi melodici ricordano molto, ma molto da vicino uno dei loro capolavori assoluti, The Sparrow (traccia che chiudeva, appunto, The Hunter).

Pare che il colpo di coda i Nostri lo tentino nelle ultime tre tracce: la già citata Jaguar God mostra ancora sprazzi di una progressività mai sopita in fase di scrittura; Andromeda (scelta come ultimo singolo) pesta duro e riecheggia le asperità soniche di capisaldi come Leviathan; Scorpion Breath, infine, si pone sul podio come miglior traccia dell’LP, condensando in tre minuti scarsi la quintessenza della band – controtempi già rodati, ma anche il retrogusto hardcore, e la voce di Scott Kelly (leader dei seminali Neurosis) a fare da corollario e a donare al brano uno spessore ancor più palpabile rispetto alle monodimensionali compagne di viaggio.

Emperor of Sand è proprio questo (o almeno, vorrebbe esserlo): un viaggio lisergico di un prigioniero errabondo tra le infinite dune di un deserto infernale; sicuramente nobile come intento, stuzzicante come premessa e alquanto valido come concept, quanto metafora delle difficoltà personali affrontate (e, si spera, superate) dai membri della band, ma pretesto senza dubbio futile per reggere una marionetta che non sta in piedi, che non funziona. I Mastodon, col senno di poi, e a priori da questo mezzo passo falso, verranno ricordati ancora per molto tempo, e venerati come degni successori dei loro prestigiosi antenati, nonché come una delle vere e autentiche cattedrali del metallo pesante. Non resta che attenderli in sede live, luogo in cui, senza troppi giri di parole, fanno lo scalpo più o meno a tutti.

3 aprile 2017
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